703/03/2017 il cammino quaresimale 2017

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leggi il pdf ....ogni giorno una meditazione ......... 85 PAGINE PER ARRIVARE ALLA PASQUA

29/01/2017..NON SOLO DI PANE VIVRA' L'UOMO"

Ai cercatori di Dio: "L'uomo non vive di solo pane"!!

dal Vangelo di Matteo 4,4

[4]Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

Certo prima chiediamo il pane per il sostentamento, come la richiesta del Padre nostro;

Chiedere a Dio il pane è dunque innanzitutto una presa di coscienza della nostra realtà: siamo esseri che hanno bisogno di nutrirsi per vivere. Il "pane" inoltre - Gesù non dice «cibo»! - è ciò che abbiamo seminato, fatto crescere, raccolto, trasformato in farina, impastato e cotto; è frutto della terra lavorata dall’uomo, è un dono del Padre
Con questa richiesta, inoltre, si inizia a pregare alla prima persona plurale: si dice «nostro pane», lo si invoca per tutti, per sé insieme agli altri, a indicare che anche il pane, soprattutto il pane deve testimoniare la nostra filialità  nei confronti di Dio e la fraternità che ci accomuna. 

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ma chiedendo il pane necessario per vivere si chiede anche quel pane che sfama l'anima dell'uomo: «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; cf. Dt 8,3).

Si tratta del pane della Parola di Dio e dell’eucaristia, quel «pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6,51) che è Gesù Cristo stesso. 

La fame di pane e fame di Parola di Dio e dell'Eucarestia nell’attuale contesto socio-culturale sono poste in concorrenza, nel senso che il soddisfacimento della prima sembra impedire la seconda, perché«l’uomo nel benessere non comprende» (Sal 49,21)! 

Ma un vero credente sa assumere ogni giorno la fame di pane e, nella gratitudine a Dio che lo esaudisce, sa condividerlo con gli altri; nello stesso tempo, chiedendo al Padre il pane quotidiano, si apre a leggere il proprio bisogno della sua Parola vivente, Gesù Cristo, specie nel suo Corpo e nel Suo Sangue.

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25/11/2016 ...AVVENTO = SPERANZA

L’Avvento è per eccellenza la stagione spirituale della speranza, e in esso la Chiesa intera è chiamata a diventare speranza, per se stessa e per il mondo. Tutto l’organismo spirituale del Corpo mistico assume, per così dire, il “colore” della speranza. (Papa Benedetto XVI - 2008)

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Nell’Avvento si attende qualcosa che deve manifestarsi, ma al tempo stesso qualcosa che si intravede e si pregusta perché già se vogliamo, possiamo camminare insieme al Signore.

l’Avvento, il periodo che fa memoria della venuta di Dio fra noi; il mistero grande e affascinante del Dio con noi, anzi del Dio che si fa uno di noi, è quanto si vive nelle settimane dell’Avvento camminando verso il santo Natale. Mentre i nostri cuori si protendono verso la celebrazione annuale della nascita di Cristo, l’Avvento ci  orienta anche  alla meta definitiva: l’incontro con il Signore che verrà nello splendore della sua gloria. Per questo noi CRISTIANI che, in ogni Eucaristia, “annunciamo la sua morte, proclamiamo la sua risurrezione nell’attesa della sua venuta”, vigiliamo in preghiera. Nell’ Avvento sale forte al cielo  il grido con il quale si chiude l’intera Sacra Scrittura, nell’ultima pagina dell’Apocalisse di san Giovanni: “Vieni, Signore Gesù!” (22,20).

VIENI SIGNORE GESù

Il nostro Dio è “il Dio che viene” e ci chiama ad andargli incontro. In che modo? Anzitutto in quella forma universale della speranza e dell’attesa che è la preghiera:

“Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; / ascolta la mia voce quando t’invoco. / Come incenso salga a te la mia preghiera, / le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Sal 141,1-2).

“Signore … accorri in mio aiuto” .. E in questa invocazione risuona anche il grido DI TUTTI  coloro che vogliono resistere al male. All’inizio dell’Avvento la liturgia della Chiesa fa proprio nuovamente questo grido, e lo innalza a Dio “come incenso”

. Il grido di speranza dell’Avvento esprime allora, fin dall’inizio e nel modo più forte il nostro estremo bisogno di salvezza. Come dire: noi aspettiamo il Signore non alla stregua di una bella decorazione su un mondo già salvo, ma come unica via di liberazione da un pericolo mortale. Una speranza affidabile, non ingannevole, non può che essere una speranza “pasquale".

al signore che viene e che verra'

Volgiamo lo sguardo e il cuore verlo l'alto, in unione spirituale con la Vergine Maria, Nostra Signora dell’Avvento. Mettiamo la nostra mano nella sua ed entriamo con gioia in questo nuovo tempo di grazia.Come Maria e con il suo materno aiuto, rendiamoci docili all’azione dello Spirito Santo. Amen

24/07/2016 riflessione di don Cesare pagazzi durante la settimana della chiesa mantovana

15/07/2016 TEMPO ESTIVO - TEMPO DELLA SCOPERTA DI Sé e di Dio

APPROFONDIMENTO SUL CASTELLO INTERIORE DI SANTA TERESA D'AVILA

S. TERESA  D’AVILA

BIOGRAFIA

Nata nel 1515, fu donna di eccezionali talenti di mente e di cuore. Fuggendo da casa, entrò a vent'anni nel Carmelo di Avila, in Spagna. Faticò prima di arrivare a quella che lei chiama la sua «conversione», a 39 anni. Ma l'incontro con alcuni direttori spirituali la lanciò a grandi passi verso la perfezione. Nel Carmelo concepì e attuò la riforma che prese il suo nome. Unì alla più alta contemplazione un'intensa attività come riformatrice dell'Ordine carmelitano. Dopo il monastero di San Giuseppe in Avila, con l'autorizzazione del generale dell'Ordine si dedicò ad altre fondazioni e poté estendere la riforma anche al ramo maschile. Fedele alla Chiesa, nello spirito del Concilio di Trento, contribuì al rinnovamento dell'intera comunità ecclesiale. Morì a Alba de Tormes (Salamanca) nel 1582. Beatificata nel 1614, venne canonizzata nel 1622. Paolo VI, nel 1970, la proclamò Dottore della Chiesa. (Avvenire)

LA SPIRITUALITA’ DI  TERESA

La spiritualità di Teresa è tutta concentrata sull’orazione. Dopo un travaglio durato vent’anni, davanti ad una statua dell’Ecce homo, immagine della totale rinuncia a se stessi, Teresa ebbe un’intuizione profonda di sé che le fece cambiare orientamento. Incominciò per lei il periodo in cui la pratica dell’orazione le manifestò tutti i grandi doni che la resero famosa.

Il metodo da lei praticato è esposto nelle sue opere principali: La vita, Il castello interiore, il cammino di perfezione

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IL CASTELLO INTERIORE

INTRODUZIONE

S.Teresa parla nel  “Castello interiore” di sette dimore o mansioni o stanze (tutte collocate nell’uomo interiore) che bisogna attraversare per giungere a quella più intima e segreta LA SETTIMA dove abita LA TRINITA’.

Benché si parli soltanto di 7 dimore bisogna tener conto che ognuna di esse ne comprende molte. Ogni dimora potrebbe avere milioni di stanze e perciò se ne parla al plurale.

La santa fonda il suo insegnamento sulla celebre frase di Gesù “Nella casa del Padre mio, ci sono molte dimore, ma vado a prepararvi un posto (giov.14,2)

Da questa espressione ella trae il convincimento che anche nell’anima ci siano molte dimore come in cielo per il fatto che cielo e anima sono ugualmente abitate da Dio. Sette dimore semplicemente vuol dire 7 fondamentali modalità di amare Dio e diversa libertà di Dio di donare grazie spirituali all’anima a suo piacimento.

PRIME DIMORE: L’ABBANDONO DEL PECCATO

Se il castello è l’anima sembra uno sproposito dire come entrare in quanto teoricamente “si è già dentro”. Ma esiste una grande differenza tra un modo di esservi e l’altro. Ci sono molte anime che restano nella cerchia del castello, anime così malate da essere abituate a vivere con i vermi e gli animali che stanno nel recinto del castello ed essere simili ad essi nonostante l’eccellenza della loro natura e la possibilità di conversare nientemeno che con Dio.

La porta di entrata a questo castello “E’ L’ORAZIONE E LA MEDITAZIONE”

Le prime dimore sono quelle della conoscenza di sé . La necessità di riconoscere se stessi in Dio, accade alla luce dell’infinita misericordiosa bontà di Dio." L’uomo deve guardarsi in base al modello divino, sul quale è stato originariamente plasmato. Non arriveremo mai a conoscerci se non procureremo di conoscere Dio; la contemplazione della sua grandezza ci servirà per scoprire la nostra bassezza la considerazione della sua purezza ci farà vedere la nostra sozzura; il pensiero della sua umiltà ci farà comprendere quanto siamo lontani dall’essere umili. Sono terribili gli inganni e le astuzie del demonio per impedire alle anime di conoscersi e di rendersi conto del proprio cammino" (SANTA TERESA)

Quando l’anima penetra nelle prime dimore, proviene da una situazione disastrata, proviene da una situazione così disastrata che il cambiamento, anche se sostanziale, gli pare inizialmente minimo. Dunque si combatte la lotta tra il mondo del peccato appena lasciato ma nel quale si è ancora invischiati e il mondo della grazia e dell’interiorità appena iniziato. Il problema vero dell’anima che entra nelle prime dimore non è quello di vedersi sporca, ma quello di non riuscire più a vedere la propria bellezza offuscata dalle tenebre. Il compito dell’anima nelle prime dimore, sarà quello di uscire al più presto, per addentrarsi un po’ di più nella misteriosa bellezza delle altre dimore, riconoscendo che Dio non viene a noi dall’esterno, ma dall’interno del nostro stesso cuore donandoci quella pace di cui abbiamo bisogno.

E quando il Signore ci vedrà bene adattati alle prime dimore, ci farà capire che è ora di inoltrarci oltre.

SECONDE DIMORE : LOTTA E PERSEVERANZA

Le persone che entrano nelle seconde dimore sono ancora ingolfate e inclini ancora al male. Le cadute non mancano.Tuttavia qualcosa d’eccezionale è accaduto: la loro anima ha cominciato a sentire la voce di Dio E IL SUO AMORE

Nelle seconde dimore (nelle quali l’uomo deve cominciare a dar prova di sé, lottare e purificarsi per diventare capace di rispondere a Dio) è essenziale sapere che la prima lotta va condotta contro le proprie incapacità, le proprie depressioni, le proprie analisi mentali e i propri scoraggiamenti.

Ma qual è il campo di battaglia?

E’ il mondo con le sue vanità che insiste a sedurre l’anima e distoglierla da Dio. Che i piaceri siano eterni e l’eternità sembri priva di piacere è il più terribile inganno con cui il demonio ubriaca le creature.

La vera e grande perseveranza che ci attende nelle seconde dimore riguarda la faticosa esperienza della preghiera, contro un senso di inutilità e impotenza. Resistendo alla sensazione di inutilità l’orante riconosce che lo scopo della sua preghiera non è quello di soddisfare se stesso ma di rendere contento Dio. L’orante privo di conforto, allora, non ha un’esperienza diversa da quella del figlio di Dio che visse continuamente nella sua croce e l’orante può aiutare Gesù a portare la croce.

Teresa esprime “Determinarsi a battere il cammino dell’orazione dietro a colui che tanto ci ha amato e farlo con una grande determinazione e perdere anche il riposo e tutto il resto piuttosto che tornare nelle prime stanze”. “L’unica brama di chi vuol darsi all’orazione e di conformare la propria volontà alla volontà di Dio. In questo sta la più grande perfezione che si possa desiderare”.

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TERZE DIMORE: IMPARARE LA GRATUITA’

Lottando e perseverando nelle seconde dimore, l’anima si è rafforzata nella decisione di non uscire dal suo castello interiore cioè di non interrompere mai più il rapporto d’amore che la lega al suo Dio. Dopo le terze dimore infatti il lavoro dell’uomo (le sua opera) può dirsi giunto ad una certa compiutezza e all’uomo non resta altro da fare che mantenersi fedelmente nelle posizioni acquisite e disporsi a ciò che Dio vorrà ulteriormente realizzare nell’animo per Sua grazia. “La loro bella disposizione, infatti induce Dio a concedere loro ogni grazia”.

Nelle terze dimore l’anima può cadere ancora in tranelli. L’amore di Dio suggerisce all’anima giustamente di compiere opere (carità ecc.) ma l’anima si trattiene maldestramente sulle opere e comincia a confidare in esse e a inorgoglirsi. Il ricordo della propria sconfinata povertà e fragilità fa crescere l’umiltà che il collante tra fede e opere. La medicina in grado di guarire tali anime ancora ammalate di presunzione va ricercata nella preghiera, nell’affidamento alla volontà del Padre.

L’umiltà ci deve mantenere nella giusta conoscenza di noi stessi e alla giusta conoscenza della misericordia che Dio ci ha usato. L’obbedienza ci deve educare e rendere operativa la conformazione della nostra volontà alla volontà del Padre.

L’insegnamento delle terze dimore è la gratuità delle nostre opere –TUTTO E’ DONO. NOI SIAMO DONO PER GLI ALTRI.

QUARTE DIMORE: IL RACCOGLIMENTO E L’ABBRACCIO

L’ingresso nelle “quarte dimore” provoca un passaggio decisivo. Giunge a compimento tutto il lavoro che l’uomo ha fatto per imparare a pregare e per mantenere un rapporto di amicizia con Dio e inizia l’azione gratuita di Dio che comincia a plasmare l’uomo con particolari grazie e particolari interventi sull’anima, che  producono particolari effetti di maturazione nell’amore.

L’ingresso nelle “quarte dimore” significa che l’anima è ormai giunta all’orazione di RACCOGLIMENTO  alla quale si è lungamente preparata nelle altre dimore superando grossi problemi di distrazione. Cominciando con   la preghiera vocale (Salmi, Padre nostro, Ave Maria, Credo ecc.) e unendo poi la preghiera mentale su quella vocale si procede speditamente nell’unione intima con Dio.

 Dice Santa Teresa: “Se, pregando con la bocca, io m’accorgo di parlare con Dio e bado più a Lui che alle parole che pronuncio, la mia orazione vocale si unisce alla mentale cioè alla meditazione. Io non so comprendere come possa essere ben fatta un’orazione vocale, separata dal pensiero di Colui a cui ci rivolgiamo”

Il raccoglimento delle quarte dimore è il raccoglimento di un’anima innamorata verso la persona amata cioè il raccoglimento dell’anima cristiana verso Gesù benedetto illustre ospite della nostra anima al quale facciamo compagnia. Inoltre Gesù stesso con la sua umanità e con tutti i doni della sua incarnazione (Chiesa, Parola, Sacramenti), continua  a garantire che questa sacra presenza dentro di noi riguardi tutta la nostra persona e sia in noi ma anche diversa da noi per un comunione sempre più profonda. Il lavoro dell’uomo nella preghiera di raccoglimento è tenersi con tutte le proprie forze (con i sensi esterni e interni, e con tutte le potenze dell’anima) in contatto con la santa umanità di Cristo , cioè Cristo uomo: Dice Santa Teresa: “Il mio metodo di orazione era nel fare di tutto per tenere presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore. Se meditavo un scena della sua vita, cercavo di rappresentarla nell’anima”.

L’orazione di raccoglimento non è mai concesso abbandonarla o trascurarla e Dio comincia a intervenire personalmente per donare alla sua creatura un ABBRACCIO sempre più intimo, una pace e una gioia che non sono terrene. Si sperimenta l’orazione di quiete. L’anima si dilata e la creatura percepisce che Dio la va inondandola sempre più.

QUINTE DIMORE:  METAMORFOSI (Trasformazione o Trasfigurazione)

Teresa, insegna che l’anima, giunta alle quinte dimore, è chiamata “all’orazione d’unione”ad un rapporto con Dio particolarmente stretto e profondo che può anche documentarsi – se Dio vuole – con grazie mistiche e straordinarie.

Qui la preghiera comincia a diventare davvero metamorfosi, trasformazione nel senso della trasfigurazione.

Come abbiamo già sottolineato, le diverse dimore del Castello corrispondono a livelli sempre più profondi di preghiera e a modi sempre più profondi di amare Dio.

Ma di quale unione intende parlare Teresa?

La preghiera cristiana  non consiste mai nell’offrire a Dio qualche prestazione umana, ma nel disporsi a ciò che Lui vuol fare di noi che non è un vago progetto: è qualcosa che Lui ha già deciso e compiuto. Se dunque l’anima giunge a quel livello in cui Dio vuole celebrare “l’unione”, ciò significa che Dio vuol far prendere coscienza di un dono che le ha già fatto. Nell’Incarnazione la natura umana e quella divina si sono unite nel verbo eterno di Dio, e l’unione tra esse  è stata ulteriormente sancita nel mistero della Redenzione. In tale misteriosa “unione” ogni uomo è stato in qualche modo coinvolto in forza della comune natura umana a prescindere dal fatto che ne sia consapevole o no.

Quando Teresa parla di ciò che avviene nelle quinte dimore, intende sottolineare che il cristiano, al quale è stata donata quella incredibile unione con Cristo e che da sempre è soggetto alla misteriosa metamorfosi che lo assimila a lui (PASSAGGIO DALLA MORTE ALLA VITA),deve ora prenderne coscienza, cooperando con tutto se stesso e lasciando a Dio la libertà, se Egli vuole, di far esprimere all’anima quanto una tale unione sia preziosa e trasformante.

Teresa si serve della metafora del baco da seta che da bruco diventa farfalla, segno eloquente di radicale cambiamento.

Perché il verme possa finalmente trasformarsi in crisalide e morire (morire cioè in Cristo per risorgere con Lui) dopo il lavoro delle dimore precedenti bisogna che il bozzolo venga completato e che Cristo diventi davvero la “dimora” unica e amata dell’anima. Il bozzolo va tessuto mediante lo spogliamento di ogni amor proprio e di ogni volontà, distaccandosi da ogni cosa terrena e praticando opere con umiltà, opere di penitenza; mediante l’orazione, la mortificazione e l’obbedienza…

Le quinte dimore sono l’incontro decisivo dell’uomo con Dio: in esso si fa esperienza di quell’unione così radicale che Cristo ci ha già meritato, come se ambedue i protagonisti – il Creatore e la creatura – decidessero di completarsi più da vicino.

L’uomo delle quinte dimore deve rinunciare alle solite misure, intuendo che Dio esige tutto. Si tratta della reciprocità dell’amore.

C’è evidentemente una differenza abissale tra le ricchezze infinite che può donare Dio e le povere cose che può donare l’uomo; ma non ci dev’essere differenza nella decisione di “dare tutto”; Dio si donerà da Dio, e la creatura lo farà da creatura, ma ambedue si potranno incontrare soltanto nella totalità. L’unione vuole amore: amore di Dio e amore del prossimo. Senza l’amore del prossimo, l’amore per Dio è un’illusione; senza l’amore di Dio l’amore per il prossimo è fragile e aleatorio proprio per la nostra fragile natura. L’anima deve lasciarsi imprimere la stessa perfetta forma d’amore di Cristo, quella che possiamo eternamente contemplare ripensando all’ardente desiderio con cui Egli ha affrontato per noi la sua passione. L’orante impara ad onorare le piaghe del Signore in ogni essere piagato che incontra sulla strada. L’anima acquisisce una nuova “forma” che la rende tutta fremente, tutta appassionata, tutta bruciante di desidero di lodare Dio di consumarsi per Lui, e spasima perché il prossimo sia coinvolto nello stesso cerchio d’amore. Inoltre subentra il totale abbandono: dice Teresa:

“L’abbandono con cui quest’anima si è messa nelle mani di Dio, unito al grande amore che ella gli porta, la rende così arrendevole che ella non sa né desidera che una cosa soltanto: che Egli faccia di lei tutto quello che vuole….”

Nelle quinte dimore Teresa comincia a parlare di mistica nuziale  tema che verrà portato a compimento nelle seste dimore con il fidanzamento spirituale e nelle settime dimore con il matrimonio spirituale. Termina con l’annuncio di un innamoramento la vicenda della “metamorfosi”che Teresa narra nelle quinte dimore. La farfalla tutta fremente in Dio e per Dio e per il prossimo continua il suo cammino.

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SESTE DIMORE: FIDANZAMENTO SPIRITUALE

Il Castello Interiore si estende per 27 capitoli. Ma è interessante osservare che Teresa ne utilizza 12 per descrivere le prime cinque dimore, mentre gliene occorrono 15 per le ultime due dominate dal “simbolismo sponsale” (fidanzamento spirituale e matrimonio spirituale).

Nelle seste dimore (fidanzamento s.) lo sposo divino (Cristo) adatta l’anima a sé purificandola radicalmente e illuminandola di verità.

Nelle Settime dimore (matrimonio s.) l’unione nuziale verrà gloriosamente celebrata.

Il simbolismo sponsale trova origine nella Parola sia nell’A.T (alleanza e fedeltà di Dio, Cantico dei cantici, Osea ecc.) che nel N.T.(al tema messianico delle nozze alludono molteplici miracoli, parabole e discorsi evangelici, e le lettere di Paolo (lettera efesini c.5). Il primo mistero sponsale si realizza nell’incarnazione e si prolunga nella Chiesa,  tale mistero viene celebrato ogni volta che tra Cristo e gli uomini (Chiesa) si annodano vincoli sacramentali. Così fin dall’inizio il Battesimo fu considerato un avvenimento nuziale e l’Eucarestia un’unione sponsale.

Si considera che:

1)le seste e le settime dimore sono per tutti i cristiani per quel vincolo sponsale dei sacramenti.

Nelle esperienze mistiche raccontate da Teresa bisogna imparare a distinguere:

La sostanza mistica già donata a tutti nei sacramenti (o misteri)
La maturazione mistica che Dio donata a coloro che percorrono seriamente il cammino della preghiera che conduce al centro dell’anima. L’intensificazione della fede, della speranza e della carità (virtù teologali) voluta da Dio, che produce nell’anima evidente fecondità.

i fenomeni mistici straordinari (visioni, estasi, rivelazioni ecc.) che Teresa racconta.Non per tutti ma donati da Dio per Suo volere e per i suoi scopi ecclesiali.

Detto questo sottolineiamo che solitamente le seste dimore del Fidanzamento si aprono paradossalmente con un periodo di sofferenze indicibili sia nel corpo (malattie ripetute) che ad altri livelli (incomprensioni, persecuzioni, turbamenti aridità, buio nelle fede, svuotamento della speranza ecc.).

Naturalmente Dio non è legato a nessun sistema; è possibile che Egli prepari di schianto all’anima una tale esperienza di purificazione, collocandola là dove si aprono le seste dimore e facendole assimilare in fretta tutta quella maturazione teologale e di preghiera che di solito si distende in anni e anni di cammino di orazione.

Teresa commenta questa sofferenza: “E’ giusto che il molto costi molto!”. E il molto è appunto il dono della sponsalità che Dio intende concedere all’anima, davanti al quale “ogni tormento si fa piccolo come una goccia d’acqua davanti al mare”. Teresa descrive queste pene come “ferite d’amore”.Lo Sposo Divino purifica l’anima da ogni attaccamento. Queste ferite d’amore inviate da Dio hanno sempre bisogno di una controprova: esattamente quella dell’amore da cui l’anima si sente via via  inondata, un Amore che convive con sofferenze e croci e si tramuta in operosa carità verso gli altri. L’anima, in maniera sempre crescente, desidera soltanto Dio. Alle sofferenze si amalgamano  gioie sconosciute e profonde che provengono dall’intimo e della cui origine l’anima non può dubitare . Anzi proprio tale consistenza di dolore e di gioia è segno che è all’opera Dio stesso. L’anima ha una vera “fame e sete di Dio”.

 Essa si esprime in due tensioni contrapposte. Da un lato l’angustia il pensiero di poter offendere Dio tanto che vorrebbe, se potesse, “evitare qualunque minima imperfezione”, e sarebbe tentata di fuggire tutte le occasioni del mondo perdendosi in un solitario cuore a cuore con Dio, dall’altro vorrebbe agire nel mondo perché una sola anima lodi sempre di più Dio. Questi riferimenti non sono soltanto destinati ai credenti più emotivi ma possono servire a tutti per capire che una fede come quella cristiana deve necessariamente, prima o poi, condurre il credente a oltrepassare i confini di ciò che è misurato, prevedibile, strettamente ragionevole, per sfociare nell’imprevisto, nel di più, nella santa pazzia dei santi, pazzamente innamorati dello Sposo Divino!

SETTIME DIMORE: IL MATRIMONIO SPIRITUALE

L’anima è giunta alle soglie della “stanza del re” la più centrale, la più interiore e profonda, la più bella, una stanza dove abita soltanto Dio. Le settime dimore sono questo luogo spirituale dove Dio ammette l’anima, quando vede giunto il momento di unirla a Sé nella forma più intensa possibile su questa terra. L’anima sposa è dunque pronta per le nozze. Dio si manifesta come rapporto tra Persone divine ad un’anima che si va sentendo personalmente accolta e coinvolta. Mentre fino a questo momento il rapporto sembra centrato soltanto su Gesù, ora il mistero Trinitario s’illumina  in maniera sempre più limpida e bruciante. Il progresso costante va in due direzioni:

una è la direzione della “tenerezza amorosa; è Cristo che ha condotto Teresa al Padre e l’ha affidata allo Spirito santo e Teresa esperimenta proprio le tre Persone Divine: una persona paterna che la attrae, l’abbraccia, l’accarezza, la conforta, la sollecita, e una persona spirituale che la riscalda e la avvince interiormente, mentre la persona filiale di Cristo resta quella già nota e familiare che sembra rallegrarsi dei nuovi vincoli che Teresa esperimenta
L’altra è la direzione della fede che vede; non nel senso di comprendere il mistero, ma nel dono di poterlo in qualche maniera contemplare intimamente. Così ciò che si crede per fede, l’anima qui lo percepisce. Tutt’e tre le divine Persone si comunicano all’anima, le fanno intendere le parole dette da Gesù nel Vangelo e cioè che egli verrà, con il Padre e lo Spirito santo, a dimorare nell’anima che lo ama e osserva i suoi comandamenti.

Una volta entrata nelle settime dimore, il rapporto dell’anima con le Tre Persone Divine non è più saltuario ma è stabile e indissolubile, come si addice appunto a un matrimonio.

Con il matrimonio mistico vi è una piena intuizione dell’Essenza. In Teresa si realizza l’inabitazione della Trinità. Si tratta dell’unione più alta possibile tra la persona umana e Dio, Uno e Trino, in Cristo: unione detta-  il matrimonio glorioso.

Teresa racconta il suo matrimonio spirituale che avviene il 18 novembre 1572. Dopo essersi comunicata, in una visione immaginaria nel più intimo del cuore, Gesù porgendogli la mano destra le dice: “Guarda questo chiodo della mia passione è il segno che da oggi in poi sarai mia sposa, d’ora in poi avrai cura del mio onore: il mio onore è ormai il tuo, e il tuo è mio”. La sposa è pronta a dimenticare se stessa: le parole pronunciate dallo sposo e cioè che ella deve prendersi cura delle cose di lui, perché egli si prenderà cura delle sue inducano l’anima a non voler essere nulla tranne che lavorare per contribuire in qualche modo ad accrescere anche solo di poco l’onore e la gloria di Dio. Per questo darebbe volentieri la vita. E’ la legge dell’amore totale. In virtù del vincolo nuziale anche le sofferenze della passione diventano dono per la sposa e come dice San Paolo la persona anela a “completare nella sua carne quello che manca alle sofferenze di Cristo”. Il desiderio di soffrire che la sposa prova, non è masochismo, ma consapevolezza acuta e impaziente che la Passione è ancora in atto: non è altro che desiderio di abbracciare la Croce e la propria croce. Le sofferenze anelate non sono generiche ma sono quelle che si incontrano nel tentativo di imitare lo Sposo e di prolungare nel mondo la carità. Qualche volta questa unione amorosa può produrre il fenomeno mistico delle stigmate.

L’unione amorosa è sempre attiva. Quando ci si sposa davvero a un Crocifisso contemplazione e azione sono la stessa cosa. Come dice Teresa Marta e Maria devono “andare insieme”.

Teresa conclude: “NON AMO CHE DIO: QUEST’AMORE NON DIMINUISCE MAI, ANZI VA SEMPRE CRESCENDO E CRESCE PURE IL DESIDERIO CHE TUTTI LO SERVANO” naturalmente schiavi della volontà di Dio sempre pronti alla domanda  “Che volete, Signore che io faccia?” .

Commento di Papa Benedetto XVI nell’udienza del 2 febbraio 2011 al Castello interiore di S.Teresa d’Avila:

“E’ la rilettura del proprio cammino spirituale e , allo stesso tempo, di una codificazione del possibile svolgimento della via cristiana verso la pienezza, la santità, sotto l’azione dello Spirito Santo. Teresa ci richiama alla struttura di un castello con sette stanze come immagine dell’interiorità dell’uomo, introducendo al tempo stesso, il simbolo del baco da seta che rinasce farfalla, per esprimere il passaggio dal naturale al soprannaturale”

1/07/2016 IL CRISTIANO E LA CREMAZIONE

Molte sono le domande e i dubbi…...CHIARIAMOLI

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Fin dall’inizio i cristiani scelsero spontaneamente di affidare il loro corpo alla terra, ad immagine della sepoltura di Gesù. In polemica con questa prassi cristiana, nel XIX secolo alcuni ambienti massoniciassunsero la cremazione come professione di ateismo e odio verso la Chiesa. Per questo nel 1888 essa fu proibita ai cattolici.

Superata quella circostanza e di fronte a nuove esigenze pratiche circa la sepoltura, nel 1963 la Chiesa tolse la proibizione, pur continuando a manifestare la preferenza per la sepoltura, dettaInumazione (Da Humus = terra). Pratica, per la verità, già da tempo superata con l’uso dei loculi. La Chiesa non ha nulla contro la  cremazione in sé; essa non intacca la fede nella risurrezione. Le norme canoniche sono, invece, fortemente contrarie alla prassi di spargere le ceneri in natura e soprattutto di conservarle in abitazioni private.

Infatti, queste scelte rendono più fragile il rispetto dei morti o lo privatizzano e verrebbe a mancare quel luogo comune, il cimitero, che nel frenetico svolgersi della vita quotidiana ne ricorda la precarietà, la solidarietà nella morte e, per i credenti, anche la solidarietà in quella vita di comunione in Cristo che unisce la Chiesa oltre il tempo e lo spazio.

                                                          Silvano Sirboni (liturgista)

E DALLA PAROLA DI DIO

Dalla seconda lettera ai Corinzi, 4,14-17 5,1

Siamo convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne. Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli.

20/05/2016 CREDO IN UN SOLO DIO: padre figlio e spirito santo

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo “Il segno del cristiano” Il primo insegnamento che usciva dal cuore delle nostre mamme era di educare la nostra mano e il nostro cuore a fare il segno della Croce. Era il segno che apriva e chiudeva la giornata. Solo una brevissima professione di fede. Esprime le fondamentali verità cristiane: - la Trinità, Dio Uno e Trino; - la passione, morte e resurrezione di Gesù.

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la Trinità, Dio Uno e Trino; - la passione, morte e resurrezione di Gesù.

Sono dette anche i due misteri principali della nostra fede: esprimono quanto sia infinito l'Amore di Dio. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Il segno di Croce dovrebbe segnare ogni passo del nostro pellegrinare: ogni inizio di giornata, di lavoro, di sacrificio, di riposo. Dice ciò che siamo diventati con il Battesimo: - figli di Dio Padre, da cui siamo creati e a cui apparteniamo; - fratelli di Gesù, il Figlio mandato dal Padre a salvarci; - abitati dall’Amore di Dio, lo Spirito Santo effuso su noi.

“Dio è mistero” Ci trascende; ma ci invita a credere e a lasciare che Dio sia davvero Dio. Non è facile affidarci al mistero; richiede il coraggio di accettare la nostra condizione umana, limitata e aperta all'infinito. Vivere senza mistero significa vivere alla superficie delle cose.

“Dio si è rivelato attraverso Gesù”

Se non si fosse rivelato, noi non potremmo conoscerlo. Conoscerlo non significa capirlo; significa solo che Egli ci ha ritenuto degni delle sue confidenze, capaci di entrare in amicizia con Lui e di condividere un giorno la sua stessa vita. “GLORIA al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo” Esultiamo di gioia per la grandezza di Dio.

Egli è uno nell'essenza e trino nelle Persone:

- Il Padre a cui è attribuita soprattutto la creazione.

- Il Figlio che è la sapienza stessa del Padre, la Sua Parola per cui tutto è stato fatto.

- Lo Spirito Santo che è l'Amore infinito tra i due. L’AMORE DI DIO avvolge anche noi, ci vivifica, ci rende capaci di essere e di vivere da suoi figli, dentro un cammino che è verità, bontà e bellezza. 

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"Credo in un solo Dio" Questa professione di fede è comune anche agli Ebrei e ai Musulmani; Ma per i cristiani ha non è sufficiente; noi aggiungiamo: "Padre e Figlio e Spirito Santo". Dio non è solitudine infinita, è comunione di luce e di amore, è vita donata e ricevuta in un eterno dialogo tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo, è Amante, Amato e Amore “. Se Dio si realizza nella comunione, è così anche per noi uomini. In principio Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza». L'uomo è creato non solo a immagine di Dio, ma ancor meglio a immagine della Trinità. Davanti alla Trinità comprendiamo perché la solitudine fa paura: è contro la nostra natura. 

“Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso” Gesù è la verità, ci rivela pienamente Dio Padre e il suo amore per gli uomini. Anzi è Lui stesso questa rivelazione; ma i discepoli non sono ancora capaci di comprendere: la nostra umana ragione non può capire tutto di Dio. “Lo Spirito di verità” Gesù lo chiama così: fa comprendere e vivere la sua rivelazione di Gesù; porta i discepoli di tutti i tempi a inabissarsi nella sua Parola. Ci trascina verso il cuore di Dio, verso la sua vita intima che è comunione d'amore. Là dove c'è amore, c'è Dio: «Quando ami non dire: “Ho Dio nel cuore”, ma piuttosto: “Sono nel cuore di Dio”». “Vi guiderà alla verità tutta intera” È una gioia sapere dalla bocca di Gesù che non siamo dei semplici esecutori di ordini; ma con lo Spirito siamo inventori di strade verso orizzonti più ampi. La verità è più grande delle nostre formule; in Dio scopriamo nuovi mari quanto più navighiamo; nel Vangelo troviamo nuovi tesori quanto più lo apriamo e lo lavoriamo.

22/04/2016 AMORIS LAETITIA uno stralcio di ALBERTO MARTELLI

Alberto Martelli, sacerdote salesiano, responsabile della pastorale giovanile salesiana

Amoris Laetitia: è di questi giorni la pubblicazione ufficiale della Esortazione Apostolica di Papa Francesco sulla famiglia, che conclude un lungo percorso di riflessione e di verifica pastorale che ha coinvolto l’intera Chiesa e ha avuto il suo culmine in ben due Sinodi dei vescovi.
Un tema certamente attuale, pieno di polemiche, aperture, crisi, litigi e discussioni, ma anche prospettive e speranze inedite, che il Papa ha cercato di raccogliere.
Non è questo il luogo per fare una sintesi e nemmeno un commento dell’Esortazione, che nella sua complessità merita di essere letta e meditata lungamente. Ma certo non possiamo esimerci dall’apprezzare come ancora una volta il Santo Padre ci aiuti in un tema e una progettazione pastorale che non può oggi trovarci impreparati o in ritardo con i tempi: la relazione tra pastorale giovanile e famiglia.

Ci pare che, almeno in prima battuta Amoris Laetitia ci aiuti a riflettere sul tema della famiglia con alcuni tratti distintivi che ci preme in qualche modo annunciare affinché siano poi ripresi con calma in futuro.

In primo luogo la famiglia non è un "valore", né un ideale, ma vita concreta.
In tutto il documento Francesco insegue una prospettiva realmente pastorale. La verità della famiglia nella sua essenza e nella sua natura è sempre intrecciata alla concretezza storica della sua incarnazione nella cultura contemporanea, sia quella ecclesiale, che quella extraecclesiale. Ecco perché ci permettiamo di dire che finalmente la famiglia non è un "valore", perché ognuno di noi e ognuno dei giovani con i quali lavoriamo ha una esperienza concreta della famiglia, che è contemporaneamente svelamento della sua natura, così come Dio l’ha pensata, e concretizzazione di essa, colpita e ferita dal peccato e dalla caducità della natura umana.

Così Francesco fa compiere una rivoluzione pastorale ai nostri pensieri. Non ci costringe a guardarci in uno specchio bello quanto rarefatto, preciso e pulito (inapplicabile però alla nostra concreta vita quotidiana), ma fa un’operazione di teologia pastorale profonda, intravedendo nella storia il valore dell’eterno, ma senza illudersi di poter tralasciare tutto ciò che è cammino quotidiano e diuturno sforzo di incarnazione della verità.
La famiglia è realtà storica e proprio in essa Dio si rivela e con essa occorre che facciamo i conti, per far sì che il nostro progetto pastorale non si debba misurare con una essenzialità che non esiste, costringendoci tra l’idealismo rigido e cieco, e il prassismo lassista e scoraggiato.

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In secondo luogo: la famiglia è realmente il centro.
Pur nella consapevolezza dei suoi limiti, Francesco non rinuncia a riportare la famiglia alla sua verità più profonda: essere nel mondo il rispecchiamento di Dio Trinità. 
La famiglia è dunque il centro anche della pastorale giovanile. Non si tratta infatti di mettere in concorrenza pastorale giovanile e pastorale famigliare, ma di rimettere al centro anche della pastorale giovanile ciò che è il centro della vocazione dell’uomo: essere una famiglia.
Non è una concorrenza tra progetti o - ancora peggio - tra uffici di curia, ma la rilettura della realtà a partire dal suo centro e dal suo fine, pur nella sua concretezza storica.
Il Papa insiste in maniera forte e decisa sul fatto che «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo» (AL 123), proprio all’interno di quella «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126) che è appunto il matrimonio. 
La pastorale giovanile non può esimersi dal proporre questo definitivo ai giovani e a partire da esso deve rileggersi. Porre al centro la famiglia è una questione teologica e antropologica che deve far riscrivere i progetti pastorali da una prospettiva più umana e più evangelica, più “definitiva”.

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Infine, come terzo punto, fra i tanti che si potrebbero citare, scegliamo di porre in evidenza la responsabilità che il Papa affida all’accompagnamento personale e al discernimento delle comunità cristiane.
Nell’alternativa tra chi desidera applicare alla famiglia delle leggi astratte e preordinate, pur congruenti con il magistero ecclesiale, e chi invece è per lasciare alla coscienza personale la decisione finale, ma in una autodeterminazione senza riferimenti e senza regole, Francesco sceglie la via dell’accompagnamento e del discernimento della comunità cristiana.
Tutte le difficoltà, le crisi, le situazioni irregolari, i dubbi sulla famiglia, non vengono ricondotti né ad una legge senza vita né ad una vita senza legge. La comunità cristiana, la Chiesa locale con i suoi vescovi, ma anche ogni comunità sul territorio viene invece responsabilizzata, ricollocando la questione del peccato e del perdono nel suo alveo più autentico.
Chi si trova in situazioni di difficoltà non è un estraneo, e come fratello e sorella va accompagnato. La comunità deve prendersi la responsabilità di conoscerlo, di seguirlo, di capirlo, di amarlo e soltanto a questo patto può permettersi di giudicarlo evangelicamente.
Non esiste più l’alternativa tra dentro e fuori, ma esiste la difficile ed evangelica situazione di una Chiesa santa, ma fatta di peccatori che quindi hanno di fronte a sé non l’alternativa tra santità e peccato, ma il lungo, bello e pieno di speranza cammino della conversione, della testimonianza quotidiana, della misericordia che fa ricominciare e a volte anche del castigo, ma sempre nell’ottica di potersi rialzare e camminare ancora.
Questa storia di accompagnamento e di discernimento comunitario deve coinvolgere e segnare anche la pastorale giovanile. I giovani non sono “dentro” o “fuori”, sono sempre come noi adulti e forse più di noi in cammino e in bilico, bisognosi di essere accompagnati, di essere indirizzati e a volte di essere riaccolti.

12/03/2016 l'orto degli ulivi e il calvario

Ci soffermiamo su due suoi momenti: il Getsemani e il Calvario.

Di Gesù nell'orto degli ulivi è scritto: "Cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: 'La mia anima è triste fino alla morte"; restate qui e vegliate con me'". Un Gesù irriconoscibile! Lui che comandava ai venti e ai mari e gli obbedivano, che diceva a tutti di non temere, ora è in preda a tristezza e angoscia. Quale la causa? Essa è tutta contenuta in una parola, il calice: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!" Il calice indica tutta la mole di sofferenza che sta per abbattersi su di lui. Ma non solo. Indica soprattutto la misura della giustizia divina che gli uomini hanno colmato con i loro peccati e trasgressioni. È "il peccato del mondo" che egli ha preso su di sé e che pesa sul suo cuore come un macigno

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Il filosofo Pascal ha detto: "Cristo è in agonia, nell'orto degli ulivi, fino alla fine del mondo. Non bisogna lasciarlo solo in tutto questo tempo". È in agonia dovunque c'è un essere umano che lotta con la tristezza, la paura, l'angoscia, in una situazione senza via d'uscita, come lui quel giorno. Noi non possiamo fare niente per il Gesù agonizzante di allora, ma possiamo fare qualcosa per il Gesù che agonizza oggi. Sentiamo ogni giorno di tragedie che si consumano, a volte nel nostro stesso edificio, nella porta dirimpetto, senza che nessuno si accorga di niente. Quanti orti degli ulivi, quanti Getsemani nel cuore delle nostre città! Non lasciamo soli coloro che vi sono dentro.

Portiamoci ora sul Calvario. "Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed emesso un alto gridò, spirò". Sto per dire, ora, quasi una bestemmia, ma poi mi spiegherò. Gesù sulla croce è diventato l'ateo, il senza Dio. Ci sono due forme di ateismo. L'ateismo attivo, o volontario, di chi rifiuta Dio e l'ateismo passivo, o subìto, di chi è rifiutato (o si sente rifiutato) da Dio. Nell'uno e nell'altro si è dei "senza Dio". Il primo è un ateismo di colpa, il secondo un ateismo di pena e di espiazione. A quest'ultima categoria appartiene l'"ateismo" di Madre Teresa di Calcutta, di cui si è tanto parlato in occasione della pubblicazione dei suoi scritti personali.

Sulla croce Gesù ha espiato in anticipo tutto l'ateismo che c'è nel mondo. Non solo quello degli atei dichiarati, ma anche quello degli atei pratici, di coloro che vivono "come se Dio non esistesse", relegandolo all'ultimo posto nella propria vita. Il "nostro" ateismo, perché, in questo senso, siamo tutti, chi più chi meno, degli atei, dei "noncuranti" di Dio. Dio è anche lui oggi un "emarginato", emarginato dalla vita della maggioranza degli uomini.

Anche qui bisogna dire: "Gesù è sulla croce fino alla fine del mondo". Lo è in tutti gli innocenti che soffrono. È inchiodato alla croce nei malati gravi. I chiodi che lo tengono ancora legato alla croce sono le ingiustizie che si commettono verso i poveri. In un campo di concentramento nazista un uomo era stato impiccato.

Qualcuno, additando la vittima, chiese con ira a un credente che gli stava accanto: "Dov'è in questo momento il tuo Dio?" "Non lo vedi?, gli rispose: è lì sulla forca".

In tutte le "deposizioni dalla croce", spicca sempre la figura Giuseppe di Arimatea. Egli rappresenta tutti coloro che, anche oggi, sfidano TUTTI E TUTTO per accostarsi ai condannati, agli esclusi,  e si danno da fare per aiutare qualcuno di essi a scendere dalla croce. Per qualcuno di questi "crocifissi" di oggi, il "Giuseppe di Arimatea" designato e atteso potrei benissimo essere io e potresti essere tu.

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6/2/2016 INIZIAMO LA QUARESIMA - RECITIAMO SPESSO QUESTA PREGHIERA PER TUTTA L'UMANITA'

PREGHIERA PER LA QUARESIMA

Adorando insieme la croce, segno della nostra salvezza,

chiediamo umilmente perdono per noi,

per le colpe di cui noi ci siamo macchiati;

chiediamo perdono anche a nome di tutti coloro che non sono qui

e non sanno chiedere perdono al Signore per le loro colpe.

Essi non sanno di quanta gioia e di quanta pace

il loro cuore sarebbe pieno se sapessero farlo.

Chiediamo perdono a nome di tutta l'umanità,

del tanto male commesso dall'uomo contro l'uomo,

del tanto male commesso dall'uomo

contro il Figlio di Dio, contro il salvatore Gesù,

contro il profeta che portava parole di amore.

E mettiamo la nostra vita nelle mani del crocifisso

perché egli, redentore buono, redima e salvi il nostro mondo,

redima e salvi la nostra vita col conforto del suo perdono.

 

cardinale MARTINI

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4/1/2016 IL MISTERO DEL NATALE CONTINUA

"La verità è germogliata dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo"

  Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo. «Svégliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). Per te, dico, Dio si è fatto uomo.
    Saresti morto per sempre, se egli non fosse nato nel tempo. Non avrebbe liberato dal peccato la tua natura, se non avesse assunto una natura simile a quella del peccato. Una perpetua miseria ti avrebbe 
posseduto, se non fosse stata elargita questa misericordia. Non avresti riavuto la vita, se egli non si fosse incontrato con la tua stessa morte. Saresti venuto meno, se non ti avesse soccorso. Saresti perito, se non fosse venuto.
    Prepariamoci a celebrare in letizia la venuta della nostra salvezza, della nostra redenzione; a celebrare il giorno di festa in cui il grande ed eterno giorno venne dal suo grande ed eterno giorno in questo nostro giorno temporaneo così breve. «Egli è diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione perché, come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 30-31).

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 «La verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12): nasce dalla Vergine Cristo, che ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6). «E la giustizia si è affacciata dal cielo» (Sal 84, 12). L'uomo che crede nel Cristo, nato per noi, non riceve la salvezza da se stesso, ma da Dio. «La verità è germogliata dalla terra», perché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché «ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto» (Gv 1, 17). «La verità è germogliata dalla terra»: la carne da Maria. «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché «l'uomo non può ricevere nulla se non gli è stato dato dal cielo» (Gv 3, 27).
    «Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio» (Rm 5, 1) perché «la giustizia e la pace si sono baciate» (Sal 84, 11) «per il nostro Signore Gesù Cristo», perché «la verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12). «Per mezzo di lui abbiamo l'accesso a questa grazia in cui ci troviamo e di cui ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (Rm 5, 2). Non dice «della nostra gloria», ma «della gloria di Dio», perché la giustizia non ci venne da noi, ma si è «affacciata dal cielo». Perciò «colui che si gloria» si glori nel Signore, non in se stesso.
    Dal cielo, infatti per la nascita del Signore dalla Vergine... si fece udire l'inno degli angeli: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace sulla terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2, 14). Come poté venire la pace sulla terra, se non perché la verità è germogliata dalla terra, cioè Cristo è nato dalla carne? «Egli è la nostra pace, colui che di due popoli ne ha fatto uno solo» (Ef 2, 14) perché fossimo uomini di buona volontà, legati dolcemente dal vincolo dell'unità.
    Rallegriamoci dunque di questa grazia perché nostra gloria sia la testimonianza della buona coscienza. Non ci gloriamo in noi stessi, ma nel Signore. È stato detto: «Sei mia gloria e sollevi il mio capo» (Sal 3, 4): e quale grazia di Dio più grande ha potuto brillare a noi? Avendo un Figlio unigenito, Dio l'ha fatto figlio dell'uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell'uomo figlio di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia.
                                                                              SANT'AGOSTINO

8/12/2015 il giubileo della misericordia

UNO STRALCIO DALLA BOLLA DEL PAPA ESPRESSA IN DOMANDE

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MISERICORDIAE VULTUS

(la Bolla del Papa espressa in domande)

QUAL E’ LA PAROLA-SINTESI DI TUTTA LA FEDE CRISTIANA?

Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore» (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio.

A CHE SERVE PARLARE TANTO DI MISERICORDIA?

Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace.  Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati nonostante il nostro peccato.                                                                           

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PERCHÉ PROPRIO L’8 DICEMBRE?

Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel 50.mo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II.        La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile… era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo

QUAL E’ IL RITORNELLO CHE DOVREMMO RIPETERCI SEMPRE?

“Eterna è la sua misericordia”: è il ritornello che viene riportato ad ogni versetto del Salmo 136. La misericordia rende la storia di Dio con Israele una storia di salvezza. Ripetere continuamente: “Eterna è la sua misericordia”sembra voler spezzare il cerchio dello spazio e del tempo per inserire tutto nel mistero eterno dell’amore. Prima della Passione Gesù ha pregato con questo Salmo della misericordia. Sapere che Gesù stesso ha pregato con questo Salmo, lo rende per noi cristiani ancora più importante e ci impegna ad assumerne il ritornello nella nostra quotidiana preghiera di lode: “Eterna è la sua misericordia”.

A CHI DOBBIAMO GUARDARE, OGGI?

Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16), afferma l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37).Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero.

QUAL E’ ALLORA L’IMPERATIVO DI QUESTO ANNO SANTO?

Vogliamo vivere questo Anno Giubilare alla luce della parola del Signore: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). È un programma di vita tanto impegnativo quanto ricco di gioia e di pace. L’imperativo di Gesù è rivolto a quanti ascoltano la sua voce (cfr Lc 6,27). Per essere capaci di misericordia, quindi, dobbiamo in primo luogo porci in ascolto della Parola di Dio. 

IN CONCRETO COSA FARE IN QUESTO ANNO SANTO?

Racconta l’evangelista Luca che Gesù, un sabato, a Nazaret entrò nella Sinagoga. Lo chiamarono a leggere la Scrittura e commentarla: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di misericordia del Signore» (611-2). “Un anno di misericordia”: è questo quanto viene annunciato dal Signore e che noi desideriamo vivere. Questo Anno Santo porta con sé la ricchezza della missione di Gesù: portare una parola e un gesto di consolazione ai poveri, annunciare la liberazione a quanti sono prigionieri delle nuove schiavitù della società moderna, restituire la vista a chi non riesce più a vedere perché curvo su sé stesso, e restituire dignità a quanti ne sono stati privati. La predicazione di Gesù si rende di nuovo visibile nelle risposte di fede che la testimonianza dei cristiani è chiamata ad offrire. Ci accompagnino le parole dell’Apostolo: «Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia» (Rm 12,8).

IL PENSIERO ORA VA ALLA MADRE DELLA MISERICORDIA.

La dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio. Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata per essere Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende «di generazione in generazione» (Lc 1,50). Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Rivolgiamo a lei la preghiera antica e sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù. 

Un Anno Santo straordinario…In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita.  La Chiesa non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: «Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre» (S l 25,6).                                                                              

16/10/2015

VERSO IL GIUBILEO

lo scandalo della misericordia di Enzo Bianchi

La misericordia, il cuore per i miseri, è uno dei sentimenti principali attribuiti a Dio e comandati all’umanità in tutta la Bibbia: sta nello spazio dell’amore e indica bontà, benevolenza, indulgenza, amicizia, disposizione favorevole, pietà, grazia. L’amore, la misericordia di Dio è eterna, fedele, preziosa, meravigliosa, migliore della vita, estesa: così la cantano i Salmi. L’evento stesso della rivelazione di Dio è evento di misericordia: Dio visita Israele misericordia motus, mosso dalla misericordia.
Così la rivelazione definitiva del Nome di Dio a Mosé nel libro dell’Esodo culmina con l’affermazione: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore e nella fedeltà» (Es 34,5-6).
Gesù, venuto a rivelare pienamente e definitivamente Dio, porta a compimento con atteggiamenti e parole questa immagine del Dio misericordioso e compassionevole: è il Vangelo, la buona notizia della misericordia. Anche per Gesù giustizia e misericordia restano in tensione, ma è certo che egli rifiuta il giudizio oggi, nella storia. Come la misericordia caratterizza il suo ministero, così nella sua prassi ogni giudizio è sospeso, ogni condanna non eseguita.
Dobbiamo confessare che ancora oggi ciò che di Gesù più scandalizza non sono le sue parole di giudizio e nemmeno il suo «fare il bene». Al contrario, ciò che scandalizza è la misericordia, interpretata da Gesù in un modo che è all’opposto di quello pensato dagli uomini religiosi, da noi! A volte sembra che la misericordia sia invocata da Dio, sia augurata e facile da mettersi in atto, e invece – dobbiamo confessarlo umilmente – in tutta la storia della Chiesa la misericordia ha scandalizzato, e per questo è stata poco esercitata. Quasi sempre è apparso più attestato il ministero di condanna piuttosto che quello della misericordia e della riconciliazione. Basterebbe leggere la storia con attenzione, per vedere con quale sicurezza lungo i secoli si è usata la parabola della zizzania (cfr. Mt 13,24-30), pervertendola. In essa Gesù chiede di non sradicare la zizzania, anche se minaccia il buon grano, e di attendere la mietitura e il giudizio alla fine dei tempi. E invece quanti cristiani hanno indicato il nemico, il diverso come zizzania, autorizzando il suo sradicamento, fino alla sua condanna al rogo…

Questo messaggio scandaloso della misericordia non è capito da quanti si sentono giusti, in pace con Dio (e per i quali Gesù non è venuto: cfr. Mc 2,17!), mentre è compreso e atteso da chi si sente nel peccato, bisognoso del perdono di Dio. È stato così durante il ministero di Gesù, è stato così nella storia della Chiesa, è così ancora ai nostri giorni, quando siamo interrogati da papa Francesco proprio sulla nostra capacità di misericordia: misericordia della Chiesa, misericordia di ognuno di noi verso chi ha sbagliato o chi ha bisogno del nostro amore.
Perché mai non riusciamo a comprendere che la santità di Dio non splende quando non c’è peccato nell’uomo, ma quando Dio ha misericordia e perdona? Perché non riusciamo a comprendere che l’onnipotenza, la sovranità di Dio si mostra soprattutto perdonando? Alla luce di questa santità di Dio, di questa sua onnipotenza, si può vivere come strumento di buone opere il «Non disperare mai della misericordia di Dio» (Regola di Benedetto 4,74).
Quante parole, parabole e incontri di Gesù hanno scandalizzato e ancora scandalizzano i presunti giusti! Costoro, in base al giudizio che danno su se stessi esenti da grandi peccati e smarrimenti, si sentono differenti dagli altri e credono di poter vantare dei diritti davanti a Dio! Che Dio accolga i peccatori pentiti è cosa buona e lodevole, perché egli «è amore» (1Gv 4,8.16), ma che i peccatori e le prostitute precedano nel regno di Dio i sacerdoti e gli esperti della Legge (cf. Mt 21,32), questo è inaudito, ed è pericoloso affermarlo: eppure Gesù lo ha detto apertamente proprio a questi ultimi…
Che «il figlio prodigo» sia perdonato dal padre amoroso sarebbe accettabile, magari dopo un tempo di punizione e con la promessa di non reiterare l’errore; ma celebrare in suo onore una festa senza porgli condizioni e ammetterlo in casa senza obiezioni, questo è troppo (cf. Lc 15,20-24): è un pericoloso eccesso di misericordia, perché tutti si sentiranno autorizzati a ripetere la fuga del figlio prodigo, contando sul padre che perdona sempre… E poi in questo modo si sovverte il concetto di giustizia: dove va a finire la giustizia, se c’è un perdono così gratuito, senza condizioni?
Sì, la misericordia di Gesù, quella da lui praticata e predicata, è esagerata e ci scandalizza! Siamo più disponibili agli atti di culto, alla liturgia che alla misericordia (cf. Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). Ha scritto giustamente Albert Camus nel suo La caduta: «Nella storia dell’umanità c’è stato un momento in cui si è parlato di perdono e di misericordia, ma è durato poco tempo, più o meno due o tre anni, e la storia è finita male».

                                                                ENZO BIANCHI

3/10/2015

Un cuore e un’anima sola

Atti 2,42-48

42 “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati”.

Questo passo degli Atti degli Apostoli spiega perfettamente come la prima comunità cristiana  cresceva e portava avanti gli insegnamenti del Maestro risorto e come era da esempio per le comunità che si sviluppavano negli altri territori.

Tuttora nel nostro presente, nelle nostre comunità,  è esempio da seguire o perlomeno è una luce che brilla e che ci indirizza verso il sogno di vivere in fraternità, sospinti dallo Spirito Santo.

In particolare soffermiamoci sulle prime due righe: 42 “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”.

Erano assidui all’ascolto della Parola…… che avevano vissuto pienamente e in prima persona col il Maestro prima della Sua passione e morte.

Ecco allora quanto è prezioso anche per noi oggi questo nutrimento, sia per la nostra anima sia per alimentare una vita rivolta al bene, in comunione con i fratelli e sorelle della comunità…Pensiamoci!

A tal proposito  le domande  di Sant’Ambrogio risuonano come un’esortazione: “Perché non dedicate il tempo libero alla lettura della Scrittura? Voi non vi intrattenete con Cristo? Non lo visitate? Non lo ascoltate ... Noi ascoltiamo Cristo leggendo le Scritture”.

Sant’Ambrogio con tali parole ci vuole esortare ad ascoltare e leggere assiduamente e col cuore la Parola, perché solo così entriamo in contatto con Cristo perché è nella Parola del Signore, che Dio si fa presente più che mai e con la Sua Parola tocca e penetra i cuori dei credenti tenendoli ancorati a Lui.

Vivevano poi in comunione fraterna che si esprimeva non solo nel mettere in comune i beni ma anche nel condividere la stessa fede e lo stesso progetto di vita. Significava cioè non solo essere in comunione con Cristo attraverso l’ascolto della Parola (comunione verticale) ma anche con i fratelli (comunione orizzontale). Insieme poi spezzavano il pane, mantenendo viva così, l’istituzione della Santa Eucarestia, atto ultimo di Gesù prima di essere condannato a morte e vivere la Sua Pasqua. Ricordiamoci che Cristo è il pane spezzato che dà la Vita Eterna.

Non solo la domenica ma giornalmente, durante la Santa Messa si spezza la Santa Eucarestia, si spezza Cristo per noi, e allora, se non abbiamo impegni lavorativi, in quell’ora proviamo ad entrare ogni giorno in Comunione con Gesù, con il Suo Corpo ed il Suo Sangue.

Erano assidui nella preghiera: Cristo mentre era ancora in vita insegnò il Padre Nostro, insegnò alla gente del Suo tempo come bisognava rivolgersi al Padre, un insegnamento che si è protratto nel tempo arrivando fino a noi. Cristo ci ha insegnato come la preghiera ci avvicina al Padre perchè ci permette di parlarGli e di rimanere in Lui chiamandolo Padre, Abbà.  Solo attraverso la preghiera costante, il Padre e il Figlio tramite lo Spirito Santo ci donano  la forza nella fede e nella lotta contro le tentazioni quotidiane.

Le prime comunità cristiane erano dunque  un cuore e un’anima sola tra loro e con Cristo: prendiamole come esempio e proviamo ad essere anche noi, tra noi e con Lui, un cuore e un’anima sola.  BUON CAMMINO !

7/8/2015

Che differenza c'è tra l'Assunzione di Maria e l'Ascensione di Gesù al cielo?

Sia l’Assunzione di Maria, che l’Ascensione di Gesù, hanno come comun denominatore il fine ultimo, quello della glorificazione eterna in anima e corpo.

La differenza è tuttavia riscontrabile in due aspetti:

1) Il grado di glorificazione: naturalmente massimo per Gesù, inferiore, benchè grandissimo per la Vergine Maria.

2) La modalità: in Maria l’Assunzione avviene per virtù divina, la Madonna è glorificata da Dio per le sue straordinarie virtù; in Gesù, l’Ascensione avviene per virtù propria in quanto Egli stesso è Dio, e pertanto ha il potere di salire da sé al cielo, ma allo stesso tempo in quanto Figlio di Dio e parte della Trinità Santissima è misteriosamente assunto dal Padre.

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"Nel Vangelo di Marco leggiamo che nel giorno dell'Ascensione il Signore Gesù "fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio" (16,19). Nel linguaggio biblico "sedere alla destra di Dio" significa condividere il potere sovrano. Sedendo "alla destra del Padre", Egli instaura il suo Regno, Il Regno di Dio. Assunta in cielo, Maria viene associata al potere di suo Figlio e si dedica all'estensione del Regno, partecipando alla diffusione della grazia divina nel mondo.
Guardando all'analogia fra l'Ascensione di Cristo e l'Assunzione di Maria, possiamo concludere che, in dipendenza da Cristo, Maria è la Regina che possiede ed esercita sull'universo una sovranità donatale dallo stesso suo Figlio.
Il titolo di Regina non sostituisce certo quello di Madre: la sua regalità rimane un corollario della sua peculiare missione materna, ed esprime il potere che le è stato conferito per svolgere tale missione.

Citando la Bolla "Ineffabilis Deus" di Pio IX, Pio XII pone in evidenza questa dimensione materna della regalità della Vergine: "Avendo per noi un affetto materno e assumendo gli interessi della nostra salvezza, Ella estende a tutto il genere umano la sua sollecitudine".
Stabilita dal Signore "Regina del cielo e della terra", elevata al di sopra di tutti i cori degli Angeli e di tutta la gerarchia celeste dei Santi, sedendo alla destra del suo unico Figlio, Gesù Cristo, Ella ottiene con grande certezza quello che chiede con le sue materne preghiere. I cristiani guardano dunque con fiducia a Maria Regina e questo non soltanto non diminuisce, bensì esalta il loro abbandono filiale in colei che è madre nell' ordine della grazia.
Anzi, la sollecitudine di Maria Regina per gli uomini può essere pienamente efficace proprio in virtù dello stato glorioso conseguente all' Assunzione. L' Assunzione favorisce la piena comunione di Maria non solo con Cristo, ma con ciascuno di noi: Ella è accanto a noi, perché il suo stato glorioso le permette di seguirci nel nostro quotidiano itinerario terreno.
Lungi pertanto dal creare distanza tra noi e Lei, lo stato glorioso di Maria suscita una vicinanza continua e premurosa. Ella conosce tutto ciò che accade nella nostra esistenza e ci sostiene con amore materno nelle prove della vita.
Assunta alla gloria celeste, Maria si dedica totalmente all' opera della salvezza per comunicare ad ogni vivente la felicità che le è stata concessa. E' una regina che dà tutto ciò che possiede, partecipando soprattutto la vita e l' amore di Cristo.  

SAN GIOVANNI PAOLO II

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26/6/2015

GESU' SANGUE VERSATO, SANGUE ASPERSO

LUGLIO: mese del preziosissimo sangue di gesu'

[30]Ma quando Gesù ebbe preso l’aceto, esclamò: «Tutto è compiuto!». Poi chinato il capo rese lo spirito. [31]Allora i Giudei essendo la Parasceve, affinché non restassero in croce i corpi durante il sabato, tanto più trattandosi di quel sabato così solenne, chiesero a Pilato che fossero ad essi rotte le gambe e venissero tolti via. [32]Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe al primo e all’altro che erano crocifissi con Lui. [33]Invece venuti a Gesù, quando videro che era già morto, non Gli ruppero le gambe; [34]ma uno dei soldati con una lancia Gli aprì il costato; e subito ne uscì sangue ed acqua.

[35]E che vide lo ha attestato; e la sua testimonianza è vera. Ed egli sa di dire il vero, affinché voi pure crediate (Giovanni 19,30-35).

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“ …. ma uno dei soldati con una lancia Gli aprì il costato; e subito ne uscì sangue ed acqua”:  questa è la frase su cui dobbiamo focalizzare l’attenzione.

San Bonaventura disse: “Tesoro preziosissimo incomparabile sono le stille del Sangue di Cristo”.

San Tommaso d’Aquino: ”Una sola goccia di questo sangue prezioso sarebbe sufficiente per salvare il mondo”, proprio perché il Sangue divino di Gesù è il pegno della nostra salvezza presso il Padre Misericordioso, è  il dono più prezioso che il Padre Celeste ha dato alla Sua chiesa. 

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Tuttavia pochi cristiani capiscono realmente il suo valore, la sua virtù e la sua potenza.

GESU' Sangue versato e Sangue asperso.  

Come nell'Antico Testamento il Sangue messo sugli stipiti delle porte, protegge il popolo ebraico, così il sangue versato da Cristo immolato sulla croce, lava il nostro cuore perdonando tutti i nostri peccati e versando su di noi la Sua protezione. Egli è l’Agnello di Dio immolato per la nostra Redenzione.

E ancora come Mosè prese la metà del sangue e lo asperse sull’altare, Gesù va oltre la nostra Redenzione.

Con Mosè il verbo aspergere assume il significato di COMUNIONE. Infatti avvalora tale significato il versetto 24:11 dell’Esodo: “Ma Egli non stese la sua mano contro i capi dei figli d’Israele ed essi videro Dio e mangiarono e bevvero”.

Questa scena è bellissima in quanto questi uomini prima ringraziarono e poi poterono mangiare e bere alla presenza di Dio, in comunione con Lui, proprio perché il sangue asperso li aveva non solo purificati ma anche riconciliati col Padre.

Allo stesso modo il Sangue di Cristo non solo ci ha purificati, redenti e protetti ma ci ha messi in COMUNIONE col Padre, ci ha riconciliati con Lui.

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GESU' CI DICE: E' TUTTO PAGATO...

Ecco l’Amore di Cristo è stato talmente infinito che ha pagato per tutti i peccati dell’uomo, per i peccati dell’uomo di ogni tempo. Egli, attraverso un dolore inenarrabile, ha versato il Suo sangue, Farmaco di salute divina, per abbattere tutti i muri, per abbattere tutte le paure, tutte le miserie, tutte le fragilità umane, tutte le catene del male, per purificare la nostra anima, per SALVARCI, per DONARCI PIENA COMUNIONE CON LUI E IL PADRE TRAMITE LO Spirito Santo e vivere nella gioia eterna, la Sua gioia eterna, nella pace, nella Sua pace.

GESU' SANGUE VERSATO E SANGUE ASPERSO PER LA NOSTRA

REDENZIONE E COMUNIONE

LITANIE AL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESU'

Signore, pietà.
Signore, pietà.

Cristo, pietà.
Cristo, pietà.

Signore, pietà.
Signore, pietà.

Cristo, ascoltaci.
Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici
Cristo, esaudiscici

Padre celeste, Dio abbi pietà di noi

Figlio redentore dei mondo, Dio abbi pietà di noi

Spirito Santo, Dioabbi pietà di noi

Santa Trinità, unico Dio abbi pietà di noi

Sangue di Cristo, Unigenito dell'eterno Padre salvaci

Sangue di Cristo, Verbo di Dio incarnato salvaci

Sangue di Cristo, della nuova ed eterna alleanza
salvaci

Sangue di Cristo, scorrente a terra nell'agonia..salvaci

Sangue di Cristo, profuso nella flagellazione salvaci

Sangue di Cristo, stillante nella coronazione di spine salvaci

Sangue di Cristo, effuso sulla croce salvaci

Sangue di Cristo, prezzo della nostra salvezza salvaci

Sangue di Cristo, senza il quale non vi è perdono salvaci

Sangue di Cristo, nell'Eucaristia bevanda e lavacro delle anime salvaci

Sangue i Cristo, fiume di misericordia salvaci

Sangue di Cristo, vincitore dei demoni salvaci

Sangue di Cristo, fortezza dei martiri salvaci

Sangue i Cristo, vigore dei confessori salvaci

Sangue di Cristo, che fai germogliare i vergini salvaci

Sangue di Cristo, sostegno dei vacillanti salvaci

Sangue di Cristo, sollievo dei sofferenti salvaci

Sangue i Cristo, consolazione nel pianto salvaci

Sangue di Cristo, speranza dei penitenti salvaci

Sangue di Cristo, conforto dei morenti salvaci

Sangue di Cristo, pace e dolcezza dei cuori salvaci

Sangue di Cristo, pegno della vita eterna salvaci

Sangue di Cristo, che liberi le Anime dei purgatorio salvaci

Sangue di Cristo, degnissimo di ogni gloria ed onore salvaci

Agnello di Dio, che togli i peccati dei mondo perdonaci, o Signore 
Agnello di Dio, che togli i peccati dei mondo esaudiscici, o Signore 
Agnello di Dio, che togli i peccati dei mondo abbi pietà di noi. 
Ci hai redenti, o Signore, con il tuo Sangue.
E ci hai fatti regno per il nostro Dio.

PREGHIAMO:
O Padre, che nel Sangue prezioso dei tuo unico Figlio hai redento tutti gli uomini, custodisci in noi l'opera della tua misericordia, perché celebrando questi santi misteri otteniamo i frutti della nostra redenzione. Per Cristo nostro Signore. Amen. 

8/5/2015

la pentecoste.....Grazie allo Spirito Santo tutto si ribalta

Dieci giorni dopo che Gesù ascese al Padre, per non lasciare orfani coloro che tanto amava, mandò lo Spirito Santo: [1] ”Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. [2] Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. [3] Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; [4] ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi” (Atti 2,1-4). 

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Questo è il nuovo punto di partenza per gli apostoli: dal buio, dalla paura, dalla chiusura in se stessi, dalla divisione, dalla perdita di speranza venuta meno a causa della crocifissione del loro Maestro, del loro Pastore,  passano ad uno spirito nuovo. Grazie allo Spirito Santo tutto si ribalta: dall’Alto arriva quello scatto in avanti, quel colpo d’ala, quel quid di cui essi avevano bisogno per unificare i loro cuori e che diede loro il coraggio e la forza di abbattere le barriere culturali ed iniziare così la loro vera missione: portare in ogni angolo del mondo la Parola di Gesù. 

Con la PENTECOSTE, cioè con la venuta dello Spirito Santo sugli apostoli ciò che era successo con la costruzione della Torre di Babele si ribalta: nel racconto della Genesi  la Torre era stata costruita (alta, di dimensioni smisurate, pensiamo alla zikkurat mesopotamica) inizialmente per glorificare e avvicinarsi a Dio, successivamente tale intento venne “sporcato” dallo spirito di divisione, di egoismo, di individualismo umano che mise al primo posto la gloria dell’uomo piuttosto che la gloria di Dio. Infatti il versetto di Genesi 11 - 4  dice: “Venite ……. facciamoci un nome”. E fu questo l’inizio della BABELE, della divisione in varie lingue, della divisione spirituale. 

La discesa dello Spirito santo rimarca la volontà del Padre di riportare unità nella Chiesa, un’unità non geografica, ma spirituale in cui Gesù Cristo è il capo e il suo popolo, la Chiesa è il Suo corpo. 

Oggi viviamo in un clima di Babele: tutto ciò che ci circonda è opera delle divisioni, degli egoismi, dell’uomo che purtroppo ha  chiuso il suo cuore a Cristo e lo ha  aperto allo spirito di divisione, al Diavolo (dal latino diablos = divisione).

Oggi, dunque, siamo in una continua lotta tra Babele e Pentecoste, tra male e bene, tra la dispersione e l’unione. Per fare trionfare la Pentecoste, lo Spirito di Dio che è Unità dobbiamo aprire il nostro cuore a Lui, dobbiamo permettere allo Spirito di bruciare in noi e di effondere il Suo amore nel nostro cuore e a nostra volta noi dobbiamo trasmetterlo al nostro prossimo. 

Non rimaniamo chiusi in noi stessi, come inizialmente hanno fatto gli apostoli impauriti, ma piuttosto apriamoci come gli stessi apostoli ma rinnovati dallo Spirito di Unità e portiamo la Parola agli altri, così come dice Papa Francesco portiamo la Parola “nelle periferie dell’esistenza umana”.  

                           da una riflessione di Padre Raniero Cantalamessa

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28/3/2015

"CON I DISCEPOLI DI EMMAUS"

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dipinto del CARAVAGGIO

luca 24, 13-35

13] Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, [14] e conversavano di tutto quello che era accaduto. [15] Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. [16] Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. [17] Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; [18] uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [19] Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; [20] come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. [21] Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. [22] Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro [23] e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. [24] Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto». 
[25] Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! [26] Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». [27] E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. [28] Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. [29] Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. [30] Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. [31] Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. [32] Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». [33] E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, [34] i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». [35] Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Delusione, dubbio, incertezza

Nel giro di una settimana a Gerusalemme è capitato di tutto. Gesù è stato accolto in maniera trionfale, acclamato come un re; ha trasmesso il comandamento dell’amore; durante la cena per la pasqua ha rivelato il valore del servizio con la lavanda dei piedi, ha garantito la sua presenza reale spezzando un pane e versando del vino; è stato arrestato; ha sopportato tradimenti e rinnegamenti; è stato arrestato, processato, condannato a morte, trafitto su una croce, sepolto… E basta. Tutto è finito. Nel giro di una settimana sono sfumati progetti, speranze e illusioni tessuti pazientemente in tre anni di sequela fedele e attenta. Tutte le cose che abbiamo costruito, per le quali ci siamo spesi, per le quali abbiamo sudato, lottato e pianto, per le quali abbiamo anche rischiato, ci siamo esposti, sono definitivamente sigillate e oscurate dietro quella grande pietra rotolata contro l’entrata di quel sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Sembra di sentirli: "…che delusione… e chi se l’aspettava… lasciamo perdere, andiamo via… Basta, torniamo ad Emmaus!".

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Gesù si fa compagno

A questo punto, se non conoscessimo l’esito della vicenda e se dovessimo completare la storia con i nostri sistemi, è facile intuire le reazioni: "…e fate come volete… pazienza… peggio per voi… siete grandi e vaccinati... arrangiatevi…".
C’è qualcuno che non la pensa così. "… Gesù in persona si accostò e camminava con loro" (v. 15b) e non perché "è togo" e gli piace mettersi in mostra e affermare la sua supremazia, tant’è che "…i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (v. 16). E’ lui che prende l’iniziativa e soprattutto cammina al loro fianco, si fa compagno di quella strada, di quella determinata fase del loro cammino.

Gesù, novità sempre nuova

Mentre i discepoli parlano, Gesù li ascolta e li fa parlare.L’iniziativa dell’incontro, è presa da Gesù. I discepoli non solo non fanno nulla perché l’incontro possa accadere, ma quasi accettano il viandante con indifferenza, a malincuore e frappongono l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e a sperare. Gesù però dà rilievo alla libertà dei discepoli, che dapprima scoraggiata e rinunciataria, viene via via rigenerata e aperta alla speranza, alla fiducia nel disegno di Dio sulla storia dell’uomo.
Gesù fa questo senza dire cose nuove. Ma sono cose che avevano bisogno di sentirsi ridire e che assumevano, in quel determinato momento e in quella specifica situazione, un significato nuovo.
GESU' GLI SCALDA IL CUORE.... Ed è così che, arrivati a destinazione, con semplicità e serenità gli dissero: "Perché non ti fermi con noi?". 

Ed è proprio l’Eucaristia la chiave di svolta di questi due uomini. 
Di colpo balzarono in piedi, lasciano la cena a metà e corrono verso Gerusalemme. 
Ecco l’insegnamento per noi oggi: balzare in piedi, lasciare la mensa, correre nel buio per gridare a tutti: "Il Signore è veramente risorto! Noi l’abbiamo visto".

..........................NOI L'ABBIAMO VISTO !!!

20/2/2015

"CON GESU' NEL DESERTO"

 “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto”

Il  tema è quello del deserto. Gesù obbedendo a un impulso dello Spirito Santo, si ritira nel deserto dove rimane quaranta giorni. Il deserto in questione è il deserto di Giuda che si estende da fuori le mura di Gerusalemme fino a Gerico, nella valle del Giordano. L’invito a seguire Gesù nel deserto non è rivolto solo ai monaci e agli eremiti. In forma diversa, esso è rivolto a tutti. I monaci e gli eremiti hanno scelto uno spazio di deserto, noi dobbiamo scegliere almeno un tempo di deserto.

La Quaresima è l’occasione che la Chiesa offre a tutti, indistintamente, per vivere un tempo di deserto senza dovere per questo abbandonare le attività quotidiane. Sant’Agostino ha lanciato questo accorato appello:

“Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo”.

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Rientrare nel proprio cuore! Ma cos’è e cosa rappresenta il cuore, di cui si parla così spesso nella Bibbia e nel linguaggio umano? Fuori dell’ambito della fisiologia umana, dove esso non è che un organo del corpo per quanto vitale, il cuore è il luogo metafisico più profondo di una persona; è l’intimo di ogni uomo, dove ciascuno vive il suo essere persona, cioè il suo sussistere in sé, in relazione a Dio, da cui ha origine e in cui trova il suo fine, agli altri uomini e alla creazione intera. Il cuore di una persona indica così il luogo spirituale, dove uno può contemplare la persona nella sua realtà più profonda e vera, senza veli e senza fermarsi ai suoi lati marginali. È sul cuore che avviene il giudizio di ogni persona, su ciò che porta dentro di sé e che è la fonte della sua bontà o della sua cattiveria. Conoscere il cuore di una persona vuol dire essere penetrati nel santuario intimo della sua personalità, per cui si conosce quella persona per quello che veramente essa è e vale.

Tornare al cuore significa dunque tornare a ciò che c’è di più personale e interiore in noi.

Santa Teresa d’Avila ha scritto Il castello interiore che è certamente uno dei frutti più maturi della dottrina cristiana dell’interiorità. Ma esiste, ahimè, anche un “castello esteriore” e oggi constatiamo che è possibile essere chiusi anche in questo castello. Chiusi fuori casa, incapaci di rientrarvi. Prigionieri dell’esteriorità! Quanti di noi dovrebbero fare propria l’amara costatazione che Agostino faceva a proposito della sua vita prima della conversione: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te”

Il sembrare prende il sopravvento sull’essere. Per questo Gesù invita a digiunare e fare l’elemosina di nascosto e a pregare il Padre “nel segreto” (cf Mt 6, 1-4).

L’interiorità è la via a una vita autentica. Si parla tanto oggi di autenticità e se ne fa il criterio di riuscita o meno della vita. Ma dov’è, per il cristiano, l’autenticità? Quand’è che una persona è veramente se stessa? Solo quando accoglie, come misura, Dio. “Si parla tanto – scrive il filosofo Kierkegaard – di vite sprecate. Ma sprecata è soltanto la vita di quell’uomo che mai si rese conto, perché non ebbe mai, nel senso più profondo, l’impressione che esiste un Dio e che egli, proprio egli, il suo io, sta davanti a questo Dio”

Ma cerchiamo anche di vedere come fare, concretamente, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità. Mosè era un uomo attivissimo. Ma si legge che si era fatta costruire una tenda portatile e a ogni tappa dell’esodo fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Signore. Lì, il Signore parlava con Mosè “faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33, 11).

San Francesco d’Assisi suggerisce un accorgimento più a portata di mano. Mandando i suoi frati per le strade del mondo, diceva: Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. “Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare”. È come avere un deserto sempre “sotto casa” o meglio “dentro casa”, in cui potersi ritirare con il pensiero in ogni momento, anche andando per strada.

Sant’Anselmo da Aosta rivolge al lettore in una sua opera famosa:

“Orsù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po’ i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui. Entra nell’intimo della tua anima, escludi tutto, tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, di’ a Dio: Cerco il tuo volto. Il tuo volto io cerco, Signore”.

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Perché Gesù andò nel deserto

Perché Gesù, dopo il suo battesimo, si recò nel deserto? Per essere tentato da Satana? No, non ci pensava nemmeno; nessuno va di proposito in cerca di tentazioni e lui stesso ci ha insegnato a pregare di non essere indotti in tentazione. Le tentazioni furono un’iniziativa del demonio, permessa dal Padre, per la gloria del suo Figlio e come insegnamento per noi.

Andò nel deserto per digiunare? Anche, ma non principalmente per questo. Vi andò per pregare! Sempre quando Gesú si ritirava in luoghi deserti era per pregare il Padre suo. Vi andò per sintonizzarsi, come uomo, con la volontà divina, per approfondire la missione che la voce del Padre, nel battesimo, gli aveva fatto intravvedere: la missione del Servo obbediente chiamato a redimere il mondo con la sofferenza e l’umiliazione. Vi andò insomma per pregare, per stare in intimità con il Padre suo. E questo è anche lo scopo principale della nostra Quaresima. Andò nel deserto per lo stesso motivo per cui, secondo Luca, un giorno, più tardi, salì sul monte Tabor e cioè per pregare (Lc 9,28).

Non si va nel deserto solo per lasciare qualcosa –il chiasso, il mondo, le occupazioni -; ci si va soprattutto per trovare qualcosa, anzi Qualcuno. Non ci si va solo per ritrovare se stessi, per mettersi in contatto con il proprio io profondo, come in tante forme di meditazione non cristiane. Essere soli con se stessi può significare trovarsi con la peggiore delle compagnie. Il credente va nel deserto, scende nel proprio cuore, per riannodare il suo contatto con Dio, perché sa che “nell’uomo interiore abita la Verità”.

È il segreto della felicità e della pace in questa vita. Cosa desidera di più un innamorato se non stare da solo, in intimità, con la persona amata? Dio è innamorato di noi e desidera che noi ci innamoriamo di lui. Parlando del suo popolo come di una sposa, Dio dice: “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16). Si sa qual è l’effetto dell’innamoramento: tutte le cose e tutte le altre persone arretrano, si collocano come sullo sfondo. C’è una presenza che riempie tutto e rende tutto il resto “secondario”. Non isola dagli altri, che anzi rende ancora più attenti e disponibili verso gli altri, ma come di riflesso, per ridondanza di amore. Oh, se noi uomini e donne di Chiesa scoprissimo quanto è vicina a noi, a portata di mano, la felicità e la pace che cerchiamo in questo mondo!

Gesú ci aspetta nel deserto: non lasciamolo solo in tutto questo tempo.

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24/1/2015

"CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO"

............l'esperienza di San Paolo

Dalla Lettera ai Filippesi CAP. 3

[5]Io, Paolo, circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;[6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge.
[7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte,[11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. [12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo

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Nel terzo capitolo  della Lettera ai Filippesi,  l'Apostolo descrive quello che ha significato per lui, soggettivamente, l'incontro con Cristo, quello che era prima e quello che è diventato in seguito.

In ogni cambiamento  c’è un punto di partenza e un punto di arrivo. L'Apostolo descrive anzitutto il punto di partenza, quello che era prima:

"Io, Paolo, circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge" (Fil 3, 5-7).

Ci si può facilmente sbagliare nel leggere questa descrizione: questi non erano titoli negativi, ma i massimi titoli di santità del tempo.

Invece c'è nel testo un punto a capo che divide in due la pagina e la vita di Paolo. Si riparte da un "ma"……

"Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo" (Fil 3, 7-8).

Tre volte ricorre il nome di Cristo in questo breve testo. L'incontro con lui ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi. Un incontro personalissimo (è l'unico testo dove l'apostolo usa il singolare "mio", non "nostro" Signore) Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: "Saulo, Saulo!" "Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù!". Una "rivelazione", la definisce lui (Gal 1, 15-16). Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo.

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IL CAMBIAMENTO

Un giorno, nella vita di Paolo, è spuntato il sole di giustizia, Cristo Signore, e da quel momento non ha voluto altra luce che la sua.
Perché tanta insistenza di Paolo? Perché in ciò consiste la novità cristiana, quello che la distingue da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni proposta religiosa comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi o ottenere la "Illuminazione". Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù. Il cristianesimo è la religione della grazia.
C'è posto - e come - per i doveri e l'osservanza dei comandamenti, ma dopo, come risposta alla grazia, non come sua causa o suo prezzo. Non ci si salva per le buone opere, anche se non ci si salva senza le buone opere. È una rivoluzione di cui, a distanza di duemila anni, ancora stentiamo a prendere coscienza.

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Gesù iniziò la sua predicazione dicendo: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1, 15). Prima di lui, convertirsi significava sempre "tornare indietro" (come indica lo stesso termine ebraico shub); significava tornare all'alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. "Convertitevi a me [...], tornate indietro dal vostro cammino perverso", diceva Dio nei profeti (Zc 1, 3-4; Ger 8, 4-5).
Ma sulla bocca di Gesù, questo significato passa in secondo piano.

Convertirsi non significa più tornare indietro, all'antica alleanza e all'osservanza della legge, ma significa fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi mediante la fede. "Convertitevi e credete" non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! "Prima conversio fit per fidem", dirà san Tommaso d'Aquino, la prima conversione consiste nel credere.

Dio ha preso, lui, l'iniziativa della salvezza: ha fatto venire il suo Regno; l'uomo deve solo accogliere, nella fede, l'offerta di Dio e viverne, in seguito, le esigenze. È come di un re che apre la porta del suo palazzo, dove è apparecchiato un grande banchetto e, stando sull'uscio, invita tutti i passanti a entrare, dicendo: "Venite, tutto è pronto!". È l'appello che risuona in tutte le cosiddette parabole del Regno: l'ora tanto attesa è scoccata, prendete la decisione che salva, non lasciatevi sfuggire l'occasione!
Gesù diceva e dice anche a noi di accogliere il regno, il Vangelo stesso, come un bambino, cioè come dono, senza accampare meriti, facendo leva solo sull'amore di Dio, come i bambini fanno leva sull'amore dei genitori.

La conversione evangelica non è un rinnegare qualcosa, un tornare indietro, ma un accogliere qualcosa di nuovo, fare un balzo in avanti. A chi parlava Gesù quando diceva: "Convertitevi e credete al vangelo"? Non parlava forse a degli ebrei? A questa stessa conversione si riferisce l'Apostolo con le parole: "Quando ci sarà la conversione al Signore quel velo verrà rimosso" (2Cor 3,16).

La conversione di Paolo ci appare, in questa luce, come il modello stesso della vera conversione cristiana che consiste anzitutto nell'accettare Cristo, nel "rivolgersi" a lui mediante la fede. Essa è un trovare prima che un lasciare. Gesù non dice: un uomo vendette tutto che quello che aveva e si mise alla ricerca di un tesoro nascosto; dice: un uomo trovò un tesoro e per questo vendette tutto.


GESU’ PERLA PREZIOSA, TESORO NASCOSTO GUIDACI SULLA TUA STRADA.

1/1/2015 "MARIA..MADRE DI DIO"

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La contemplazione del mistero della nascita del Salvatore ha condotto il popolo cristiano non solo a rivolgersi alla Vergine Santa come alla Madre di Gesù, ma anche a riconoscerla Madre di Dio.

Già nel III secolo, come si deduce da un’antica testimonianza scritta, i cristiani dell’Egitto si rivolgevano a Maria con questa preghiera: "Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta" (Dalla Liturgia delle Ore). In questa antica testimonianza, per la prima volta, l’espressione Theotokos, "Madre di Dio", appare in forma esplicita.

Proclamando Maria "Madre di Dio" la Chiesa intende, quindi, affermare che Ella è la "Madre del Verbo incarnato, che è Dio". La sua maternità non riguarda, pertanto, tutta la Trinità, ma unicamente la seconda Persona, il Figlio che, incarnandosi, ha assunto da lei la natura umana.

La maternità è relazione tra persona e persona: una madre non è madre soltanto del corpo o della creatura fisica uscita dal suo grembo, ma della persona che genera. Maria, dunque, avendo generato secondo la natura umana la persona di Gesù, che è persona divina, è Madre di Dio.

Nella Theotokos la Chiesa, da una parte, ravvisa la garanzia della realtà dell’Incarnazione e dall’altra, essa contempla con stupore e celebra con venerazione l’immensa grandezza conferita a Maria da Colui che ha voluto essere suo figlio.
                                                                                                      SAN GIOVANNI PAOLO II

 

Il Concilio ci ha insegnato a guardare a Maria come alla "figura" della Chiesa, cioè suo esemplare perfetto e sua primizia. Ma può, Maria, essere di modello alla Chiesa anche nel suo titolo di "Madre di Dio" con cui viene onorata in questo giorno? Possiamo noi diventare madri di Cristo?

Non solo ciò è possibile, ma alcuni Padri della Chiesa sono arrivati a dire che, senza questa imitazione, il titolo di Maria sarebbe inutile per me: "Che giova a me – dicevano – che Cristo sia nato una volta da Maria a Betlemme, se non nasce anche per fede nella mia anima?". Gesù stesso iniziò questa applicazione alla Chiesa del titolo di " Madre di Cristo", quando dichiarò: "Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8, 21). La liturgia ci presenta Maria come la prima di coloro che diventano madri di Cristo mediante l'ascolto attento della sua parola.

Come si diventa, in concreto, madre di Cristo ce lo spiega Gesù stesso: ascoltando la Parola e mettendola in pratica.

Concepisce Gesù senza partorirlo chi accoglie la Parola, senza metterla in pratica, formulando propositi di conversione che vengono poi sistematicamente dimenticati e abbandonati a metà strada; chi si comporta verso la Parola come l'osservatore frettoloso che guarda il suo volto nello specchio e poi se ne va dimenticando subito com'era (cfr. Gc 1, 23 24). Insomma, chi ha la fede, ma non ha le opere.

Partorisce, al contrario, Cristo senza averlo concepito chi fa tante opere, magari anche buone, ma che non vengono dal cuore, da amore per Dio e da retta intenzione, ma piuttosto dall'abitudine, dall'ipocrisia, dalla ricerca della propria gloria e del proprio interesse, o semplicemente dalla soddisfazione che dà il fare, l'agire. Insomma, chi ha le opere, ma non ha la fede.

Questi i casi negativi, di una maternità incompleta.

San Francesco d'Assisi ci descrive il caso positivo di una vera e completa maternità che ci fa somigliare a Maria: "Siamo madri di Cristo – scrive – quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza; lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio!". Noi – viene a dire il santo – concepiamo Cristo quando lo amiamo in sincerità di cuore e con rettitudine di coscienza, e lo diamo alla luce quando compiamo opere sante che lo manifestano al mondo.

                                                                          PADRE RANIERO CANTALAMESSA

12/12/2014 "IL MISTERO DELL'INCARNAZIONE" ......tratto da un discorso di San Giovanni Paolo II

Il Verbo si è fatto carne. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”

Gal 4, 4).

Maria è la Donna, è, per così dire, lo “spazio” fisico e spirituale insieme, in cui è avvenuta l’Incarnazione.

Il mistero dell’Incarnazione si compì attraverso alcuni “momenti”.

Essi sono: 1. il saluto dell’angelo, cioè l’annunciazione

                     2. la risposta di fede, il “fiat” di Maria e

                     3. l’evento sublime del Verbo che si fa carne.


Possiamo riassumerli con tre parole: grazia, fede e salvezza, che sono le stesse usate dall’Apostolo per descrivere il mistero cristiano: “Per grazia siete salvi, mediante la fede” (Ef 2, 8). La pietà cristiana ha mirabilmente espresso questi tre momenti nella preghiera dell’Angelus, che possiamo considerare, per il suo contenuto, come la preghiera lauretana per eccellenza: “L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria...”, “Eccomi, sono l’ancella del Signore...”, “E il Verbo si è fatto carne...”.

1) Il racconto dell’Annunciazione, con al vertice la grande parola “piena di grazia”, proclama la verità fondamentale che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio e la creatura, c’è il dono gratuito, la libera e sovrana elezione di Dio, tutto ciò insomma che nel linguaggio della Bibbia è racchiuso nel termine “grazia”.

2) Il secondo momento del mistero dell’Incarnazione è, come accennavo sopra, il momento del “fiat”, cioè della fede: “Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38). È certamente riferendosi a questo momento che Elisabetta, di lì a poco, proclama Maria “beata” per aver creduto (cf. Lc 1, 45). Il Concilio Vaticano II ci insegna a vedere nella fede, – più ancora che nei suoi privilegi, la vera grandezza della Madre di Dio. Ella fu la prima credente della nuova alleanza, colei che “avanzò nella peregrinazione della fede”

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3) Il terzo momento è, infine, quello dell’Incarnazione del Verbo, cioè della venuta tra noi della salvezza. La preghiera dell’Angelus lo rievoca con le parole sublimi del prologo: “E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Accogliendo con fede la grazia, Maria divenne vera Madre di Dio e figura della Chiesa. “Ogni anima che crede – scrive infatti S. Ambrogio – concepisce e genera il Verbo di Dio... Se, secondo la carne, una sola è la Madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo quando accolgono la parola di Dio”

21/11/2014 "LE VIE DELLA FELICITA'"

Che senso ha oggi leggere le beatitudini? Perché meditare su queste paradossali parole di Gesù?

Certamente la vita cristiana è esigente, richiede uno sforzo al fine di entrare attraverso la porta stretta (Lc 13,24; Mt 7,13), ma secondo l’insegnamento di Gesù e, ancor prima, secondo il suo esempio, la vita di chi si pone alla sua sequela non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di beatitudine, è fonte di felicità. Sì, le beatitudini sono una chiamata alla felicità. Sappiamo bene che solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena perdere la vita, essi trovano anche la ragione per spendere quotidianamente la vita e, di conseguenza, sono felici. Ebbene, le beatitudini aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un senso alla vita, anzi conducono al “senso del senso”. Gesù proclama beati uomini e donne i quali vivono alcune precise situazioni, in grado di rendere pieno di senso il loro cammino umano sulla terra e, per quanti hanno il dono della fede, in grado di facilitare il loro cammino verso la comunione con Dio. Occorre ribadire con forza che, ieri come oggi, le beatitudini sono e restano scandalose ma sono atteggiamenti vissuti radicalmente da Gesù Cristo e, come tali, devono diventare lo stile di vita di ogni cristiano. Insomma per rendere realtà la buona notizia del vangelo occorre vivere le beatitudini.

E’ possibile vivere le beatitudini qui ed ora ?

Questo interrogativo ha una risposta positiva. Le vite quotidiane di molti uomini e donne lo dimostrano: persone che, nonostante le loro contraddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù Cristo vivendo il suo stesso stile , lo stile scandaloso delle beatitudini. Sì è sempre stato e sarà sempre possibile vivere le beatitudini. 

Gesù stesso è l’uomo delle beatitudini. Di queste beatitudini egli viveva, ed era la certezza di queste beatitudini che rinnovava quotidianamente la sua esistenza, permettendogli di vincere ogni contraddizione patita e ogni ostilità manifestata verso di lui. E’ lui il povero, il piangente, il mito, l’affamato e assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato a causa della giustizia. Le beatitudini non sono pertanto un’ideologia, un’utopia o una dottrina spirituale. Gesù le ha dette per rivelare quella che è stata la sua esperienza umana, nella quale egli ha trovato la felicità. Una felicità a caro prezzo; una felicità che nasceva in lui dalla consapevolezza che il senso della sua esistenza consisteva nel vivere l’amore per Dio e per gli uomini, nel ricercare sempre e al di sopra di tutto la comunione, anche di fronte a chi sapeva rispondere a questo suo anelito solo con la violenza e la triste cattiveria.

 
                                                                                     Enzo Bianchi “Le vie della felicità”

Tanto è stato scritto e affrontare le beatitudini una per una non vuol essere un insegnamento che non lascia aperte altre porte ma possiamo chiamarla una riflessione “ad alta voce”.
In un versetto unico: “l’uomo delle beatitudini è l’uomo trasfigurato, l’uomo veramente e pienamente umano”

1) BEATI I POVERI DI SPIRITO PERCHE’ LORO E’ IL REGNO DEI CIELI (Mt 5,3)

Chi sono i poveri di Spirito ?
Olivier Clémente lo riassume così: “I poveri nello spirito sono quelli che hanno cessato di vedere nel proprio io il centro del mondo. E ad ogni istante ricevono la propria esistenza da Dio, come una grazia”.

2) BEATI COLORO CHE PIANGONO PERCHE’ SARANNO CONSOLATI (Mt 5,4)

Ogni uomo è interpellato da questa beatitudine, perché ogni uomo conosce il pianto nella sua vita.
San Giovanni Paolo II “La sofferenza rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell’insufficienza e inadeguatezza delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il perché della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore di Dio”.

Rimane un mistero ma siamo chiamati a fare della sofferenza una via di comunione in modo che si piange con chi piange (Rm 12,15). Le vie di consolazione sono percorribili con gli altri e con Dio, il Consolatore. Già qui su questa terra le lacrime possono aprirsi alla consolazione e ci conducono poi al Regno eterno dove la consolazione sarà perfetta.

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3) BEATI I MITI PERCHE’ EREDITERANNO LA TERRA  (Mt 5,5)
“Sono miti coloro che non cedono alla cattiveria e non oppongono resistenza al male, ma vincono il male con il bene (Rm 12,21).
La mitezza secondo la saggezza mondana è perdente,eppure, paradossalmente, la mitezza è anche beatitudine, possibilità di una felicità convinta. Una beatitudine che ha caratterizzato la vita di Gesù, Egli stesso si definisce “ mite e umile di cuore” ma la mitezza richiesta da Gesù è una virtù che esige grande forza d’animo e un completo dominio di se stessi. E’ la virtù dei forti, nessuna passività, nessuna debolezza di carattere nella mitezza cristiana: al contrario , la vera forza è in essa ! Il Vangelo esige che i cristiani accettino  la zizzania nel mondo insieme al buon grano. Il cristiano sa attendere, non esercita giudizio, vive di misericordia, di compassione e di non-violenza.

 

4) BEATI GLI AFFAMATI E GLI ASSETATI DI GIUSTIZIA (Mt 5,6)
Sorge una domanda: Ma oggi ci sarà una possibilità di essere saziati? Occorrerà attendere il giorno della venuta del Signore per essere appagati da Dio?. No, oggi almeno i cristiani dovrebbero porre nella storia dei segni di sazietà che Dio procurerà in modo definitivo a tutti: si tratta di dare segni attraverso la condivisione. Anche qui non bisogna inventare nulla ma esercitarsi a fare quello che Gesù ha fatto.

5)  BEATI I MISERICORDIOSI PERCHE’ TROVERANNO MISERICORDIA (Mt 5,7)
“Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro lei” (Gv 8,7)
Gesù non condanna, non castiga..ma dice anche “va e d’ora in poi non peccare più”. Commentando questo brano Sant’ Agostino ha scritto “Rimasero solo loro due, la miseria e la misericordia”. Sono sempre una di fronte all’altra, la miseria e la misericordia. L’unica cosa che ci è chiesta è di riconoscere la nostra miseria e di accettare che il Signore la ricopra con la sua misericordia: aderendo con tutto il nostro essere a tale misericordia, potremmo a nostra volta diventare capaci di misericordia e di perdono totale verso gli altri, amandoli “con le viscere di Cristo” (Fil 1,8)

 

6) BEATI I PURI DI CUORE, PERCHE’ VEDRANNO DIO (Mt 5,8)
Come scrive Raniero Cantalamessa “i termini “puro” e “purezza” non sono mai usati nel Nuovo Testamento per indicare quello che con essi intendiamo noi oggi, cioè l’assenza di peccati della carne. Il vero contrario della purezza di cuore è invece la mancanza di retta intenzione. Esercitano la Beatitudine quelli che nel cuore non sono ipocriti, che non hanno un’intenzione falsa, che non sono abituati alla pericolosa attitudine alla doppiezza: è indirizzata a quelli che lottano per vivere sempre secondo una purezza di intenti, in modo che il loro parlare, così come il loro operare scaturisca dall’abbondanza del loro cuore (Mt 12,34)

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7) BEATI GLI OPERATORI DI PACE, PERCHE’ SARANNO CHIAMATI FIGLI DI DIO (Mt 5,9)
Cosi scrive Gregorio di Nissa: “L’operatore di pace è chi dà pace ad un altro, ma uno non la può dare ad un altro se non l’ha in se stesso. Il Signore vuole dunque che innanzitutto sia tu a essere colmo dei beni della pace, in modo che poi tu la possa offrire a  quelli che ne hanno bisogno.”
Dunque la pace beata è quella che si trova nel cuore, non nelle parole. Non c’è pace senza perdono, ma questo perdono deve diventare non solo una prassi personale nel cammino versò la santità ma anche prassi comunitaria. Il perdono si rende necessario a livello sociale, politico, nei rapporti tra le nazioni, le etnie, i gruppi…Concedere e accettare il perdono è sempre stata opera di pochi, ma solo così si può essere operatori di pace oggi, nella storia.

8) 9) BEATI I PERSEGUITATI A CAUSA DELLA GIUSTIZIA, PERCHE’ LORO E’ IL REGNO DEI CIELI. (Mt 5,10-11-12)

La scelta della giustizia da parte degli uomini, credenti o non credenti, scelta che nasce dalla capacità di bene e di amore desta un’opposizione. In un mondo ingiusto il giusto può essere solo osteggiato, perseguitato e, se necessario, ucciso. Questo vale per tanti uomini promotori di giustizia e di autentici valori umani, che hanno dovuto affrontare la persecuzione e l’ostilità nel compimento del loro ideale.
Se hanno perseguitato me, perseguiranno anche voi”. Gesù specifica anche che tra i perseguitati a causa della giustizia vi sono pure i suoi discepoli, quelli che soffrono proprio a causa della loro fede in lui, della loro testimonianza, del loro modo di stare nel mondo. Ma ciò che è estremamente consolante è la parola di Gesù  “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” Mt 5,12. Una ricompensa che ha però la sua caparRa già nel nostro oggi.

Conclusione: Nella misura in cui viviamo le beatitudini, pur con i nostri limiti e i nostri peccati possiamo sperimentare già qui e ora la felicità: la felicità che consiste nel vivere come Gesù, nel vivere con lui. E’ lui che ti indica il tesoro, ed è lui stesso il tesoro per te.

E’ GESU’ LA NOSTRA BEATITUDINE.

NOI FACCIAMO UN PASSO OGNI GIORNO IL RESTO LO FA LA GRAZIA !  ...

 

..........................................................................................buon cammino 

19/10/2014 "LA VITA NELLO SPIRITO"

E' lo spirito di Dio che sta in questo luogo......

Muoviti in me, muoviti in me...................

tocca il profondo del mio cuore, la mia vita con il tuo amor......

Muoviti in me Dio Spirito, muoviti in me..........

La vita nello spirito non è una realtà da santi ma è una piacevole esperienza che ogni cristiano può fare.

Ma cosa vuol dire vivere nello Spirito Santo ?

E’ vivere  la vita di ogni giorno con il cuore in mano, ma un cuore purificato e trasformato da Cristo ogni momento della giornata. Non siamo mai degli arrivati ma sempre bisognosi di modellarci a Gesù. Il cristiano non è colui che fa atti di bontà, pur lodevoli, e basta; anche l’uomo naturale può essere incline al bene.
Non si parte infatti dagli atti di bontà, che sono una conseguenza, ma dal cambiamento della propria vita intima.
E’ l’azione dello Spirito Santo in me che cambia la profondità del mio essere e diventa la direzione, la forza, il motore che mi porta a vivere ogni azione quotidiana. Lo Spirito cambia i cuori; ci è stato donato gratuitamente nel sacramento del Battesimo e continuamente viene nei nostri cuori. La vita cristiana è una continua richiesta di Spirito Santo, è una continua immersione in questa terza persona della Santissima Trinità.

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Il Battesimo di Gesù

E’ la preghiera personale e comunitaria, la Santa Messa e i sacramenti, vissuti come immersione nello Spirito, che portano ad un vero e profondo cambiamento intimo ed a una trasformazione in Cristo. Cominciare ad ascoltare le mozioni dello Spirito nel nostro intimo e a sentirci un tutt’uno con Lui porta ad una radicale trasformazione della vita personale. E’ una decisione forte di appartenere a Cristo e non di appartenere a se stessi e allora la nostra preghiera non è una richiesta di qualcosa a Dio ma un camminare insieme a lui.

Dio Ti chiede questa trasformazione in Lui per vivere in Te……..

E vero che molte volte ci sentiamo tormentati dalle preoccupazioni del presente, dalle ansie del futuro e dai rimpianti del passato, ma la vita nello Spirito (non è una cosa da santi) calata nel quotidiano e perciò nelle difficoltà e nelle sofferenze, cambia tanti punti di vista e fa nascere quella forza  dal profondo che è l’unione intima con il Cristo e val al di sopra della nostra normale fragilità.

Dio non grida, non urla, non spinge. Lo spirito di Dio è dolce e gentile come una voce sommessa e una leggera brezza. Dio è amore, lo Spirito espressione di questo amore e vuole guidarci a conoscere i desideri più profondi del nostro cuore che spesso noi non conosciamo.

Accettiamo questa sfida, decidiamo di appartenere a Cristo e non a noi stessi e presto sentiremo vicino come compagno di viaggio lo Spirito Santo.

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La vita di grazia donata gratuitamente al cuore aperto allo spirito, comincia a farci apprezzare la bellezza di ogni cosa e della vita stessa. Non c’è niente di maggior pregio che cominciare a gustare la bellezza nella vita quotidiana, nelle piccole cose e guidati dallo Spirito questo diventa uno stile di vita duraturo non un momento isolato.

La vita nello Spirito deve essere sempre alimentata e basata su una forte fede che va nutrita ed esercitata.

Il frutto per eccellenza è la gioia che deriva da una pace interiore profonda.  “Giovanni 14, 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.”

Con questa grazia, maggiormente viviamo le gioie che ci regala questa vita terrena e in più mentre le gioie terrene, pur belle, sono solo momenti, la famosa ebbrezza dello Spirito è duratura.

Altro frutto è la carità, ma non è una carità cercata a tutti i costi ma sono atti di amore vissuti nelle occasioni della giornata; nella famiglia, sul lavoro, tra gli amici, con i poveri  che incontriamo, nella comunità ecc. Vivere nello Spirito è vivere nell’amore per Colui che amiamo, cioè Il Signore, e la vita  si esprime in atti di amore e di pietà verso i nostri fratelli.

Lo Spirito Santo viene invocato e ricordato spesso anche da Papa Francesco e resta sempre la vitalità della Chiesa come della Chiesa Primitiva !

Dalla prima Lettera ai Corinzi Cap.2
Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. [2]Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. [3]Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; [4]e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, [5]perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
[6]Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; [7]parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria.[8]Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. [9]Sta scritto infatti:Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,né mai entrarono in cuore di uomo,queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.
[10]Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. [11]Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. [12]Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. [13]Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. [14]L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. [15]L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.
[16]Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore
in modo da poterlo dirigere?
Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

5/10/2014 LA PREGHIERA

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Gesù si ritirava a pregare, egli era continuamente in intima unione con il Padre. Ecco la preghiera...un'intima unione con il nostro Dio o ancor meglio con la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Santa Teresina di Lisieux:

"Per me la preghiera è uno slancio di cuore, è un semplice sguardo gettato verso il cielo, è un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia, insomma è qualcosa di grande che mi dilata l'anima e mi unisce a Gesù"

 

Santa Teresa d'Avila:

"Per me pregare non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare"

 

San Francesco di Sales:

"L'essenza della preghiera sta nell'anima, ma la voce, le azioni e i gesti e gli altri segni esteriori, sono mezzi nobili. La preghiera è un colloquio che lo spirito ha con Dio, noi parliamo con Lui e Lui parla con noi, noi aspiriamo a Lui e respiriamo in Lui, e Lui ispira in noi e respira su di noi"

 

San Alfonso Maria de Liguori:

"Gli altri amici del mondo hanno delle ore in cui conversano insieme e delle ore in cui sono separati ma tra Dio e voi, se voi lo vorrete, non vi sarà mai alcuna ora di separazione"

MA COME PREGARE ?

Si può pregare anche stando in silenzio per un po' di tempo in un angolo della propria casa, perche il Signore si incontra nel proprio cuore. Il cuore deve comandare le nostre labbra e le nostre preghiere.

Pensare a Dio, stare uniti a Lui, offrirgli il proprio lavoro durante la giornata è preghiera ma fa parte di una preparazione alla vera preghiera personale dove il cuore in silenzio loda e ringrazia il Signore.

Anche un segno di croce fatto con il cuore è alta preghiera e poi abbiamo la più bella preghiera insegnataci da Gesù: IL PADRE NOSTRO.

"Padre: quando diciamo a Dio.....Padre.....facciamo un grande atto di fede cioè riconosciamo di essere suoi figli. Quando chiediamo la santificazione del Suo Nome , non significa che Lui sia santificato attraverso le nostre preghiere, ma chiediamo che in noi sia santificato il Suo Nome"

Quando diciamo: "Venga il Tuo Regno", chiediamo di attuare sulla terra e in ogni persona la realizzazione del Suo regno, come se chiedessimo a Dio di far felici tutti gli uomini, perchè vivere il Regno significa pace e gioia.

Cosa significa il versetto: "Sia fatta la Tua volontà?". Preghiamo perchè il desiderio di Dio si avveri; è come se Gli chiedessimo: "Signore insegnaci a percorrere la Tua strada"

Fratel Charles de Foucault: "Qualsiasi cosa Tu farai per me, io Ti ringrazio di tutto, accetto tutto purchè la Tua volontà si compia in me e in tutte le Tue creature, non desidero nient'altro, o mio Dio"

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"; è chiedere di avere cibo per la vita spirituale e materiale ma la richiesta si estende a tutti gli uomini della terra.

"Rimetti a noi i nostri debiti". Chiediamo a Dio di perdonarci, ma quando diciamo "come noi li rimettiamo a nostri debitori", ci accorgiamo come sia un versetto facile da pregare, ma difficile da vivere. Siamo debitori gli uni verso gli altri; ma con l'aiuto del Signore che per dono guarisce i cuori, dobbiamo concedere a tutti indistintamente, il perdono....SEMPRE..!